Una breve interruzione stagionale.

Francesco Pazienza

Cari lettori e lettrici come avrete notato, il mio lavoro di scrittura, il mio appuntamento bisettimanale con voi sta subendo una piccola battuta d’arresto. Forse stagionale. In realtà, sta arrivando una novità, piccola ma a me molto gradita. Presto sarà annunciata qui. Sto riorganizzando qualche idea e progettando nuove iniziative e direzioni di riflessione. Riprenderò il mio ritmo di pubblicazione al più tardi per il 4 ottobre, festa di Francesco d’Assisi. A tutti buon S.Michele, un’altra festa a cui ho dedicato molta riflessioni e note negli anni scorsi. Ma nulla è più attingibile on-line. Evidentemente dovrò reinventare qualcosa di nuovo. Quest’anno mi son concentrato sulla festa di s.Giovanni. A presto, con gratitudine!

Precipitato nella lingua madre

Inglese, scuola ed esami

Inglese, scuola ed esami. Parlare di corda in casa dell’impiccato. Esercitano comunque una grande attrazione se un paio d’anni fa decido di iscrivermi ad una ottima scuola. Wall Street Institut. Meglio sputare subito il rospo. All’esame son stato bocciato. Ultima tranche del III livello. Bocciato. Lo riscrivo per convincermene. E loro son bravi. Son solo io che non funziono. Ne ho collezionate diverse di bocciature. Ora però non ero più abituato. Ora mi promuovono sempre. Per questo è preziosa questa esperienza. Ora mi promuovono a prima vista. Mi chiamano anche “prof.”. Ogni volta preciso che non son laureato. Niente da fare. Mi devo arrendere. Per la verità non son stato proprio bocciato. Mi son bocciato da solo. Mi son ritirato entro un paio di minuti perché sentivo che non ero in grado di affrontare la prova. Mi sono bloccato. Non mi era mai successo. Si può fallire in tanti modi, ma forse non avevo mai fallito un esame. Bocciato per mancanza d’impegno durante l’anno. Quello sì. Tante volte. Fannullone. Flaneur (oggi mi appare figura sublime). Negli esami davo sempre il meglio di me. Grande affabulatore. Furbetto. Ma solo all’esame. Mai nella vita. E solo per salvarsi la vita! Nei pochi esami universitari che ho affrontato avevo messo a punto una strategia collaudata. Interrogare e non farsi interrogare. I docenti spesso apprezzavano. E poi, se non sono bastardi, si annoiano anche loro di far sempre le stesse domande. Le mie domande apparivano le curiosità di uno studente che avesse approfondito. Invece niente. Non avevo nemmeno aperto il libro. Funzionava! Ma l’altra settimana le cose mi si son presentate in tutt’altro modo. I libri li avevo aperti. Eccome! Forse è questo che porta male! Fatti tutti i tests e gli esercizi on-line e a matita sul libro. Niente da fare. Mi sono […]

Un discreto monumento alla mia modesta persona.

Un discreto monumento alla mia modesta persona. Così mi appare questo sito nel momento dell’inaugurazione. Francamente non me l’aspettavo. Se ancora non è arrivato, sicuramente sta arrivando. Forse lo avrei pensato prima. Quando non sapevo di non essere in grado di sostenerlo. Un monumento, se pur discreto, ha il suo peso. Sicuramente, acquisita questa consapevolezza, lo avrei immaginato dopo. Siamo alle solite. Ah, Vertiginedeltempo! #Sappiatelo: per me è una interiezione frequente. Almeno quotidiana. Se accade ora non è solo per qualcosa che io abbia deciso o determinato. Arriva adesso perché altri, nei modi più diversi, lo hanno determinato. Fosse stato per me…. Alla fine è davvero bello arrendersi a questa evidenza. Siamo fatti d’altro. Siamo altro da ciò che pensiamo. Siamo determinati dall’incontro con l’altro. L’ immagine di noi stessi più fedele di cui possiamo disporre è sicuramente quella che attingiamo chinandoci sullo sguardo dell’altro. Lo specchio di Narciso è l’occhio dell’altro. Non il nostro occhio che mai potrà percepirci. Gli organi di senso son tutti rivolti all’esterno. Ma tornando al monumentino in cui mi trovo eretto, tornando a lui, tornando a quel legno (spero non a quel marmo) la prima cosa che mi vien da pensare è quel verso di Dante, poeta che pur non frequento…. Io non so ben ridir com’io v’entrai tanto ero pieno di sonno a quel punto Ma quel punto lo ricordo comunque. Sfuma tutto il resto. Sfuma nelle nebbie del sogno il percorso da quel punto in poi. E i punti importanti sono sempre punti apparentemente accidentali. Era la metà degli anni 90 e per caso mi trovavo in riva al mare a Cesenatico. Erano i primi di settembre, accompagnavo la mia prima moglie ad un convegno di insegnanti cui non partecipavo. Riflettendo, in uno di quei posti davanti al mare, pensai con determinazione […]

Quando la signora Pazienza impastava la pizza.

Impastare la pizza

La signora Pazienza inpastava la pizza. In via Savona 10 a Milano. Poteva essere il 1955. Siete liberi di controllare. Il multietnico a Milano ha lontane radici. La prima etnia a comporre il multietnico é stata quella dei terroni. Mio padre lo era. Emigrato a trent’anni. Una fidanzata a Milano. La volta che la signorina, mia mamma, si era ammalata. Ventenne, finalmente era andata al paese dei genitori. Emigrati una generazione prima in Alzaia Naviglio Grande. Vicino al mitico vicolo delle lavandaie. Quelle me le ricordo davvero, in riva al naviglio. E dire che mia madre si vergognava di dire che era nata lì. Vertigine del tempo! (per me suona come una imprecazione!) Doveva starci qualche giorno, invece si è ammalata ed è rimasta qualche mese. Il medico condotto, don Ciccio Pazienza, Francesco come me, aveva un figlio studente in medicina. Lo accompagnava nelle visite. Il resto é facile indovinarlo! Dopo un fidanzamento, in mezzo una guerra mondiale, é arrivato a Milano. La valigia di cartone conteneva una laurea in medicina. Conseguita a Roma. Città lasciata con gran rimpianto. Papà non ha mai nascosto che Roma sarebbe stato meglio. Allora io e mia madre ci guardavamo. La nostra esistenza cancellata con un colpo di spugna. Strana sensibilità i terroni. Comunque lui é arrivato qui. E mia madre ha imparato ad impastare la pizza. Ma non la impastava tutti i giorni, solo quando invitavano a cena il dottor Soregaroli. Magico nome. In grado di ribaltare la casa al suo pronunciamento. Non oso digitarlo su Google. Lo mantengo così….Un Mantram. La chiave che spalancava le porte del salotto buono e della sala da pranzo. Per i primi dieci anni io non ho avuto una stanza personale. Ma c’era il salotto buono e la sala da pranzo. Si apriva raramente ma c’era. In quei casi mia madre, sulla tavola […]

Occhiali

Due pensieri mi accompagnano ogni giorno nella relazione con questo oggetto prezioso. Dall’età di quarantadue anni circa, non sarei in grado di leggere senza occhiali. Il mio oculista disse subito che era buon segno. Coloro che dopo i quarant’anni non sapessero che cosa fosse la presbiopia non sarebbero state, a suo avviso, persone dalle sviluppo “normale”. Non che io creda ci sia più nulla di “normale”al mondo… Mi sono però figurato che lo sviluppo dell’essere umano comporti il lasciar andare, l’indebolimento di questa funzione. C’è forse una logica nel fatto che il mattino indossiamo prima la camicia e poi la giacca e il cappotto e quando ci spogliamo seguiamo ovviamente il senso inverso. Così le facoltà di cui ci si ammanta. Di cui ci si veste e ci si spoglia. Né la nascita né la morte avvengono in un unico momento. Sono processi progressivi. Si tratterebbe quindi di lasciare andare non il vedere ma la capacità di leggere che abbiamo acquisito durante la scolarizzazione. Che così sia o non sia secondo ragione, in fondo, poco mi importa. Soprattutto poco importa alla vita che, fortunatamente, scorre ben al riparo dai nostri pensieri. Passa altrove. L’affermazione del mio oculista, l’evidenza del mio sintomo, non muovevano in me teorie, ma piuttosto una sorta di scintilla immaginativa. Che tendeva poi a diventare esortazione morale. Diceva: “Smettila di leggere!” Mi viene un dubbio. Se, tutto sommato, il buon Dio, prima di morire, avesse disposto le cose secondo un suo disegno… Se ci fosse un buon motivo per non poter più leggere dopo i quarant’anni? Ma Dio è morto dimenticando di spiegarci un sacco di cose. Certo, esiste il Testamento di Dio. Quello che comunemente chiamiamo La Scrittura. E sono in molti a credere non si tratti soltanto del libro chiamato La Bibbia. Ma lasciamo andare […]