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Psico-Non-analisi 5 – Psicanalisi, cappuccino & brioche.

Psico-non-analisi 5 - Psicanalisi, cappuccino & brioche.
Si succedono le puntate, siamo alla quinta, ma la risposta su cosa sia la psico-NON-analisi tarda troppo a venire.
Tante narrazioni, digressioni, più o meno dotte. Lo psicanalista alle prime armi, l’apprendista stregone che, prendendo coscienza della modesta dotazione dei propri strumenti, prosegue il suo cammino dal divano psicanalitico al cuscino di meditazione.
Ma non si è forse capito nemmeno che cosa si faccia sull’uno e cosa sull’altro.
Sul divano si raccontano storie.
Sul cuscino si guardano in faccia emozioni, sentimenti, percezioni. Presumendo di prenderle così come sono.
Ma in questa presunzione c’è forse già il principio velenoso della narrazione. Del raccontarsi una storia.
Ho gia mostrato nel mio Quaderno d’accidia quale diffidenza io nutra nei confronti della narrazione. Che pur costituisce il meccanismo centrale dell’esercizio della psicanalisi.
Raccontando si scioglie. Raccontando guarisce. Ma cosa e da che cosa?
 
Raccontarsi una storia è già cominciare a ricreare un mondo.
Il mondo è fatto di storie. In principio era la Parola. Il Verbo.
Sulla propria paura, sul proprio dolore, prurito, fastidio o estasi dei sensi. Su tutto questo si costruiscono mondi su mondi.
Su divano psicanalitico in particolare.
Ma fin dai primi anni il racconto di una paziente mi portò a riflettere.
Arrivò in seduta turbata.
Aveva appena ceduto ad una tentazione.
Al bar sotto il mio studio si era fermata a concedersi cappuccio e brioche.
Che c’è di male?
Beh, c’è che si raccontava di essere una macrobiotica convinta.
Indubbiamente, la vita, oggi, sarà brutta, sarà un inferno, ma offre una grande possibilità. Ognuno è libero di credere ciò che vuole. Di raccontarsi ciò che crede.
Esistono i diritti civili. Giordano Bruno, Lutero, Enrico VIII, la rivoluzione americana o francese han sparso sangue per questo.
Si può credere di essere macrobiotici.
Chi scrive nutre grande rispetto per la Macrobiotica. L’80% di ciò che sa cucinare l’ha imparato negli anni della passione per la Macrobiotica.
Ma figurarsi di essere un macrobiotico è un’altra cosa.
Credere poi di non esserlo più per il fatto di aver assunto cappuccio e brioche un’altra ancora!
Ma qui sfoderai la domanda più perfida che l’asercizio della psico-NON-analisi possa prevedere in questo caso.
Le chiesi com’era quel cappuccio e quella brioche.
 
Com’era?
Come, com’era?
Che strana domanda!
Ovviamente era buona…
Ma già lì percepii l’ombra di una esitazione….
Si, ma com’era quel buono?
Me lo può descrivere con più precisione?
 
A domande tanto stringenti la paziente non era in grado di descrivere quella bontà perchè non era stata sufficientemente attenta alle proprie sensazioni. Era in un’altra sfera.
Era stata assorbita dai suoi pensieri. Dai suoi desideri. Dalle intenzioni e dai giudizi. Era già giunta oltre al giudizio. La sentenza era già stata inflitta. La condanna parlava chiaro: scacciata dal paradiso della macrobiotica. Condannata a vivere nell’inferno in cui tutti viviamo. Quello in cui, nell’attesa della seduta, ci si concede un cappuccio e una brioche.
Del resto, una delle prime figure nella narrazione della storia del mondo vede la cacciata dal Giardino dell’Eden. Se all’inizio era la Parola, bisognava passare da lì.
Proposi allora alla mia paziente di riprovare la prossima volta con un’altro cappuccio e un’altra brioche. Un altro peccato!
Ma visto che doveva peccare, che almeno sapesse dirmi qualcosa di più di quella esperienza del gusto.
Com’era lo zucchero al velo sulle labbra al primo contatto. Se ci fosse la marmellata o la crema… Oppure era liscia, quanto lievitata… E la schiuma del cappuccino? E i granelli di zucchero disciolti più o meno completamente nel latte.
Com’erano? Me li poteva descrivere?
Il giudizio, la sentenza, la condanna, se tale aveva da essere, sarebbe stata ancor più autorevole, documentata, ben fondata. Inoppugnabile. Inappellabile. Ma avevamo bisogno di acquisire elementi utili ad un eventuale processo. Occorreva la massima concentrazione.
Allora, com’era quella brioche e quel cappuccio?
Non mi interessava il suo giudizio sull’accaduto. Non mi interessava il ricordo della zuppa ‘e latte di quand’era bambina. Nemmeno il concentrato di veleni e tossine ragionevolmente descritto dalla macrobiotica. Era una singola brioche e un unico cappuccio assunti in un momento preciso della sua vita. Mentre attendeva la seduta, quel giorno.
Mi interessava la sua percezione nel momento in cui il fatto avveniva.
 
Ma che cosa è una percezione e che cosa una narrazione?
Che cosa percepisco della mia paura o che cosa ne racconto.
Del mio sentimento d’amore, di odio. Di dispiacere o piacere. Questo per me, tutt’oggi, è il problema più grande nella psicologia della meditazione e nell’esercizio della psico-NON-analisi. (continua)

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