Biografia umanaMeditazione

Dell’invalidità.

Invalidità


Un venerdì mattina mentre bevevo il primo the, qualcosa mi ha chiamato in direzione del calendario.
Era il 27 di marzo. Non ci avrei mai pensato. Non ho quasi mai ricordato una simile ricorrenza…
Il 27 di marzo di 38 anni prima, avevo 20 anni. Avveniva l’incidente di cui porto ancora vistose conseguenza.

Da 38 anni il mio passo procede grazie all’aiuto di due bastoni (li chiamano canadesi o più genericamente e impropriamente “stampelle”). Mi muovo anche grazie ad una auto modificata. Ora anche di una carrozzina. Quest’ultima per me è una specie di bicicletta. La uso nel quartiere per fare la spesa e le comissioni. Per godere una “passeggiata” sul carro del vincitore.

Vincitori a parte, si è trattato di una grave sconfitta. Non c’è giorno in cui non maledica le leggi dello spazio. Le crudeli forze del peso. Crudeli, ma sublimi….

Lasciate il vostro peso alla terra
il nome dentro il nostro cuore
e volate via,
quaggiù non è vostro l’amore.

Mario Luzi
Canto notturno delle ragazze fiorentine

In meditazione non si osserva altro che il peso che si scarica sulla terra.
Nello Zen lo chiamano semplicemente la postura.
Uno dei più grandi maestri Zen dice semplicemente: “Lo zen è la postura, la postura è lo zen” (Mente Zen, mente di principiante.)

Ma siccome non sono ancora né arrivato, né abbastanza realizzato e tanto meno illuminato…. mi accontento di cercare un po’ di luce nelle tenebre… ma maledico ogni giorno le leggi dello spazio. Bestemmio.
Le stampelle che cadono o che scivolano sul bagnato, gli oggetti che afferrati nel passo e impugnati insieme ai bastoni affaticano le mani che, insieme alle spalle, ormai sono un po’ dolenti. I disagi son tanti e la pazienza va lentamente a scemare.

La convivenza col dolore non è facile, ma, nel mio caso, non posso permettermi di lamentarmi troppo perchè la mia condizione è legata ad un incidente strettamente connesso con la mia irrequietezza, col mio disagio giovanile…. non ne sono innocente.

E non è più tempo che invochi attenuanti, la famiglia, la società, il destino avverso….

Mi è più semplice assumermene la piena responsabilità. Più conveniente e meno doloroso.
Con me stesso (o col mio destino) posso fare a pugni ogni giorno. Con la stupidità e l’insensibilità degli altri, che pur è una pianta rigogliosa, è un po’ diverso…

Non ho quasi mai fatto a pugni con nessuno in vita mia. Forse nemmeno questo è un bene…

Certo c’è una esperienza che per me ha avuto un carattere formativo. Il fatto che, nel primo anno dopo l’incidente io abbia trascorso sei mesi al centro paraplegici di Pietra Ligure. Col favore del benefico spirito della terra e del mar ligure mi ritrovai in una condizione singolare.

Un primario sensibile ebbe una trovata geniale. L’ospedale era costruito con camerette per 2 o 4 persone al massimo. Ma lo spazio per il dolore non è mai abbastanza. Così ricavò una grande stanza con una decina di letti da un locale che probabilmente doveva essere stato un magazzino . Ovviamente quello standone non sarebbe stato gradit a nessuno.
Lo destinò ai pazienti giovani che, abitandola, vi costruirono una sorta di comunità felicemente trasgressiva, rumorosa, musicale, disperata, ma sempre vitale. A dispetto del fatto che vi abitavano persone con esiti post-traumatici piuttosto importanti.

Basti dire che della decina che eravamo nel 1971, probabilmente siam rimasti in due. Io e Sergio, tetraplegico,  che tuttora dipinge ed espone. Malgrado tutto insegue ancora gonnelle da un capo all’altro del globo.

In questa sorta di comunità terapeutica ante-litteram capimmo immediatamente due o tre cosette.

Primo che nessuno sarebbe mai guarito. Da una neurolesione non c’è scampo. Che sarebbe stato molto importante tagliare le gambe alla speranza, per costringerla a volare.

E ancora oltre: che ciò che non si raggiunge volando lo si raggiunge zoppicando.

Che sarebbe stato importante difendersi dalla compassione suscitata.

Che non era il caso di attendere guaritori e che la nostra disperazione sarebbe stata la nostra forza. Ci aiutavamo l’un l’altro a non sognare e a vivere il presente con coraggio. Una specie di rito iniziatico dal sapore un po’ celtico. Come quando alla pubertà si lasciavano i ragazzi una notte su un albero nel bosco.

Conoscendo altri invalidi poi mi sono reso conto di quanto sia difficile reperire ancora traccia di questo spirito.

Che ci chiamino invalidi, handicappati, va benissimo per me. Poi però negli anni 80 hanno cominciato con disabile, addirittura diversamente abile, divers-abile e questo mi sembra davvero troppo…. Qui potrei perdere la pazienza anch’io!
Io che preferisco definirmi “sciancato scelto”!

Cerco però di guardare il resto del mondo con compassione. Nel senso buono della parola. Il senso che intendeva il Buddha. Che, in questo caso, vuol dire capire che un uomo in carrozzina suscita turbamento a chi cammina sulle sue gambe. Le reazioni a questa angoscia possono essere molto varie. Dal chiuderti fuori dell’ascensore, al volerti aiutare a spingere la carrozzina anche quando non richiesto. Purtroppo più di una volta sono caduto per tentativi maldestri di aiuto.

Finora però non mi travolgono e mi sento rispettato. Guardo spesso la gente dritto negli occhi e questo credo sia importante. Mi accontento poi di contemplare parcheggi riservati non rispettati, ma, per la verità, sempre meno a Milano.

D’altro canto  una percentuale preoccupante di popolazione esibisce il contrassegno di invalido con l’icona della carrozzina. Una vera epidemia! Credo che basti un anziano in famiglia per averne diritto.

Ma la cosa che davvero mi scandalizza è che l’automobilista medio in Italia non riconosca il diritto del pedone sulle strisce pedonali. Per chi viaggia in Europa è impensabile.

Credo che la maleducazione generalizzata sia più preoccupante dell’insensibilità verso gli invalidi. Ha in fondo meno attenuanti.

Se qualcuno, ogni tanto, si ferma, il pedone normo-dotato ringrazia!
Ma l’esperienza mi suggerisce invece che l’automobilista che vede la carrozzina si ferma quasi sempre.
Probabilmente perché, deve impiegare una mano in un gesto di scongiuro. E’ umano, troppo umano!

Quando attraverso la strada in carrozzina sulle strisce, offro l’opportunità a molti pedoni di attraversare con me. Non capita sempre!
Mi sento anzi un po’ eroico ad offrire ai più deboli ed umiliati (normo-dotati) una possibilità di riscatto!  Butto ai colleghi attraversatori uno sguardo che significa: “Venite dietro a me che si passa!”

Per il resto sono convinto che nulla nel mondo possa migliorare più di tanto. Almeno in un tempo ragionevole. Per questo i nostri appelli, le nostre rivendicazioni o petizioni, nel migliore dei casi sono“esercizi spirituali”. Hanno valore in quanto tali. Come un rosario o un’Ave Maria.

Abili, disabili… ma a chi è dato di giudicare le abilità?
Chi lo ha chiesto?

Esiste invece la sofferenza. Questo si. E ognuno la sofferenza la tollera come riesce. Questo merita sempre infinito rispetto.

Il rispetto, però, non mi impedisce di sentirmi libero di non firmare gli appelli a favore degli invalidi. Richieste, esortazioni che considero inutili. Le proteste o richieste a politici che non stimo. Mi sembrano come le scritte contro il fumo sui pacchetti di sigarette!

Cerchiamo insieme il coraggio per vivere come siamo. Per quanto mi concerne voglio il coraggio di dire che non mi serve nulla. Che, come dice Vasco, va bene, va bene, va bene così! Perché non mi pare che possa andare diversamente, dati molti presupposti di cui anch’io faccio parte.

Può darsi che queste mie parole siano il risultato di una mia difesa contro l’angoscia che la sofferenza mi provoca. La mia e quella che altri provano spesso in misura maggiore. Potrebbe essere! Ma per questo c’è il lavoro interiore.

Lo preferisco agli appelli che, da che mondo è mondo, non cambiano nulla.

Predicare mi appare peggio che bestemmiare!

Se il mondo cambia, quando cambia, non è per buoni sentimenti.

Siamo una cultura tragica, dai greci ad oggi.

Se il mondo cambia, quando e se, è forse perchè quel nucleo tragico fiorisce e dà frutto.

Quasi sempre nel dolore di perdersi come seme. Per diventare altro.

E’ questa condizione tragica che mi appare la condizione umana.

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