Antroposofia

Pasqua

Gesù risorto
Ho ricevuto da Leo Lenzi un gradito augurio, laconico e saggio. Recitava:
[quote align=”center” color=”#999999″]“Buona Pasqua qualunque cosa significhi per te”[/quote] Il mio primo insegnante di qualcosa di spirituale dai banchi dell’Università Cattolica, il prof. Emo Marconi, mi ha insegnato che la Pasqua è davvero la festa cristiana di cui è più difficile conquistare il significato.

Ho provato allora, la mattina di Pasqua, col mio quaderno, complice la campagna amica di Orvieto, a fare questo esercizio di cui provo a riprendere qualcosa digitando sulla tastiera ed offrendolo agli amici. Naturalmente la cosa non ha alcuna altra pretesa. Non rileggo nemmeno troppo altrimenti arriva Pentecoste!

Che cosa significa la Pasqua per me?
Significa che all’essere umano sono date forze di Rigenerazione (Resurrezione) che non nascono e non hanno attinenza con la Natura, ma con la Cultura.
Intendo per Cultura ciò che nasce dalla vita interiore e poggia sull’esercizio di una possibile autodeterminazione. Ciò entro cui può essere pensata la Libertà.
Questa possibilità risiede nelle forze di cui la figura del Cristo è l’insegna, il depositario indiscusso. Ogni volta che un uomo ferito o malato “risorge” in modo non necessariamente “naturale” o prevedibile per le leggi che conosciamo della Natura, in realtà è il Cristo, la natura di Cristo che ha preso rifugio in ogni uomo, che risorge in lui.

Nello stesso modo in cui ogni volta che un essere umano trova un attimo di contatto con l’Eterno Presente, in quel po’ di Illumianzione che ciascuno può attingere, in quell’equilibrio tra la vita e la morte che chiamiamo la condizione umana…. lì è la natura di Buddha che lavora in lui.

La biografia di Siddharta il Buddha e di Gesù il Cristo agli occhi di molti osservatori presentano diverse similarità. In chi sostiene questa tesi in particolare viene visto un parallelismo tra l’illuminazione del Buddha e la trasfigurazione del Cristo. Si tende anche analogamente a valutare il percorso tra la trasfigurazione e la resurrezione come un “supplemento” sapienziale apportato dalla Cristianità.

Chi sostiene questa tesi, implicitamente, sostiene anche una maggior completezza o avanzamento della rivelazione Cristiana. Per molti anni l’ho pensato anch’io. Lo pensa tra gli altri Rudolf Steiner fondatore delle scuole in cui ho insegnato. Sebbene il suo pensiero mi sia caro e costituisca per me uno strumento importante, oggi sono portato a vedere le cose diversamente. In modo forse meno schematico.

Anche il Buddha muore per il tradimento di un disepolo ma non risorge. Secondo le credenze dello spiritualismo orientale, diventa una stella: il corpo umano diviene corpo celeste. Steiner e l’esoterismo cristiano attribuiscono anche al Cristo questo destino.

Il Buuddha comunque non risorge. Il Buddhismo non crede alla resurrezione della carne. Quella di cui parlano i Vangeli non può dirsi forse una Resurrezione della carne. Leggendo i Vangeli (Giovanni e Luca in particolare) emerge in modo eclatante il non-riconoscimento del Risorto da parte dei discepoli (Luca) e della madre stessa (Giovanni). Per questo parlavo di una rigenerazione che non procede dalla carne, cioè dalla Natura.

Verrebbe da pensare tuttavia che, all’interno del punto di vista buddhista, la Resurrezione non serva, non corrisponda ad una esigenza di quel contesto. Mi chiedo allora il senso di questo. Il Cristo vive una condizione che mi appare infinitamente più tragica.

Tra Siddharta e Gesù c’è la nascita della tragedia. La tragedia porta una coscienza nuova dei limiti della morte. Parallelamente declina la credenza nella reincarnazione. Il destino che porta la morte appare un limite invalicabile.

La mia famiglia è di origine tarantina e sono stato sempre molto colpito dalle celebrazioni pasquali che lì e in diversi altre parti del Mediterraneo avvengono. Non si può osservare la processione dei penitenti ( i “perdoni” a Taranto ma a Siviglia ho visto qualcosa di simile) senza riandare con la memoria emotiva al senso della tragedia greca. Il destino è tragico e non c’è che questa vita per affrontarlo.

Questo atteggiamento porta un senso di precipitazione, una accelerazione che è tuttora percepibile nel nostro modo di sentire. Nel divenire storico. Il fatto stesso che il senso storico (Erodoto) nasca nello stesso contesto in cui nasce la tragedia.

Penso poi all‘Angelo di Benjamin: [quote align=”center” color=”#999999″]“Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”[/quote] È forse per via di questa caduta che nasce la necessità del teorema della Resurrezione. Teorema enigmatico di cui ho già accennato i termini e i misteri.

Nelle ore di questa Pasqua 2009 ho pensato che forse Siddharta, il Buddha non ha avuto bisogno di risorgere perchè non è ancora toccato dalla precipitazione che Benjamin definisce progresso. Perchè nel cammino dalla Illuminazione alla morte trova il gesto di un sublime equilibrio.

Un equilibrio che non veda la Vita come l’unico bene a cui attingere e la morte come limite invalicabile oltre il quale ci è tolta ogni possibilità.

Mi vien da pensare oggi che noi non conosciamo né la Vita né la Morte. Non possiamo avere una conoscenza cosciente, una percezione, né della nascita né della morte. Non possiamo farcene una opinione. Fin qui il Tractatus tiene: di ciò di cui non possiamo parlare dobbiamo tacere!

Della nascita non ricordiamo nulla: è troppo al di qua della possibilità di averne un ricordo. L’organismo umano lavora per almeno un settennio per costruirne i presupposti.

Della morte tanto meno per motivi ancor più evidenti.

Per questo la nostra saggezza può consistere nel trovare questo sublime equilibrio.

Coscienti che ciò di cui facciamo esperienza non è la Vita ma una certa miscellanea di Vita e di Morte che è l’unica cosa ci sia dato di conoscere.

ll sublime equilibrio è anche il gesto alchemico che per un attimo ci porta nell’intuizione dell’Eterno Presente. Questo contatto istantaneo può portarci in una dimensione per così dire di immortalità, una condizione di atemporalità che ci è dato di intuire nel migliore dei casi per qualche istante.

Dopo di che possiamo recitare con Rimbaud che[quote align=”center” color=”#999999″]… quel Principe spirò nel suo palazzo ad un’età normale. Il Principe era il Genio e il Genio era il Principe. La musica sapiente viien meno al nostro desiderio.[/quote]

La storia per intero la trovate in “Racconto” (Conte) nelle “Illuminazioni”.

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