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La nostra religione è la gentilezza – Spunti di meditazione

La nostra religione è la gentilezza - Spunti di meditazione
Siamo abituati a pensare la meditazione come un esercizio in cui la concentrazione abbia un ruolo importante.
Sicuramente è vero.
Occorre tuttavia riflettere su come diversi altri esercizi richiedano un alto livello di concentrazione, ma solo uno sguardo superficiale può riconoscerli come attività meditative.
Risolvere un problema di geometria, meditare uno spunto sapienziale, escogitare una strategia al gioco degli scacchi. Lo stesso esercizio della filosofia all’interno di un sistema di pensiero

Sebbene la concentrazione sia un esercizio importante, un tonico per le forze mentali, di per sé, non è l’essenziale della meditazione.
La meditazione di cui ho già parlato prende l’avvio da una intenzione concentrativa, ma dà i suoi frutti migliori nel momento in cui ci rendiamo conto di aver perso, per un attimo o molto di più, l’intenzione concentrativa.
Sto contando i respiri, sto distinguendo il movimento di ogni inspirazione da quello di ogni espirazione, sono concentrato sulle sensazioni che provengono dall’appoggio del mio corpo sulla terra, sulle sensazioni che attraversano il corpo e…. chissà come, mi ritrovo a pensare a qualcos’altro!

Per quanto esperto, allenato io sia a questo esercizio, la vera partita comincia lì.
Nel momento in cui mi rendo conto di essermi distratto dal mio proposito, nasce la questione fondamentale.
Come accetto l’essermi sopreso in difetto?

Innanzi tutto: me ne accorgo? E dopo quanto?
Lo guardo? Che cosa mi racconto? Mi rimprovero?
Penso che in fondo il pensiero che mi ha distratto ha un valore psicologico e spirituale?
Mi ci sprofondo?
Opppure mi rimprovero aspramente?
Mi riprometto che d’ora in poi non accadrà più?
Tempo perso!
La via che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni! Pinocchio garantisce.

O forse guardo in che direzione mi porta la distrazione, prendo atto di una fragilità e cerco indirettamente un rimedio evitando inutili rimproveri che non possono che inasprire le difficoltà. Infiammare ulteriormente una zona già dolente e infiammata.

Ma soprattutto, osservo la mia mente in tutto questo processo.
Per quanto io mi senta pacificato, possono annidarsi molte emozioni negative in questi frangenti. Molto poco pacifiche.
La pace non è l’annientamento del nemico.
Non è l’ultima guerra vinta, ammesso che riesca ad essere tale.

L’importante è la relazione che riesco a instaurare con me stesso.
Ma la meditazione credo possa e debba insegnarci proprio questo.
A questo punto la relazione con me stesso diventa analoga a quella con un figlio o con un allievo.
Arte della relazione. Psico-NON-anlisi
Non servono più di tanto le ricette tecniche. Siano esse psicologiche o esoteriche.
Qualche piccolo accorgimento può esserci ed avere efficacia, ma l’essenziale non è quello.
La differenza tra un buon e un cattivo insegnante, tra un meditante più esperto e un principiante è la gentilezza con cui sappiamo intervenire in questi casi. I neofiti, i deboli sono sempre intransigenti.
Il Dalai Lama ci ricorda: la nostra religione è la gentilezza!

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