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Psicologia del lavoro (1)

Psicologia del lavoro (1)
La psicologia del lavoro non è il mio forte. Da ragazzo mi trovavano abulico. Astenico. Non avevo voglia di far niente.
Oggi amo il lavoro. Credo però che se non fossi riuscito ad amarlo sarei ancora abulico e astenico. La chiave di tutto per me è l’amore.
In questo senso mi riconosco ancora freudiano.
Una cosa curiosa è che la persona che mi ha trasmesso in modo più radicale l’amore per il lavoro è quella stessa che mi ha creato più problemi. Mi ha più ostacolato. A posteriori posso dire che più mi ha aiutato. Forse anche amato. Chissà?!
Ovviamente, freudianamente….. Mio padre!
Il bello della vita, il gusto delle cose è proprio questo. Che tutto, o almeno molto, vada insieme; è quanto continua a motivarmi a tessere l’elogio della contraddizione.
Ma avrei voluto offrire ai miei lettori una riflessione sul lavoro nel giorno del primo maggio, come già l’anno scorso.
Invece arrivo sfinito a questo giorno.
Per troppo lavoro, per pene d’amore… Chi può dirlo?
Ho la fortuna di fare esperienza di entrambe. Mi sento ricco per questo. Cerco di esserne degno.
MI riduco quindi la mattina del primo di maggio, ancora in accappatoio, a scrivere questi pensieri che arriveranno al lettore con qualche giorno di ritardo.

Mi rendo conto di quanto difficile sia sostenere questa equazione che lega lavoro e amore in anni di così gravi crisi economiche.
Eppure non mi smuovo dalla mia convinzione.
Provo a mettere in ordine qualche pensiero.

Credo che un primo criterio di ordine nella cultura sia quello di parlare solo di ciò di cui si abbia una qualche cognizione di causa.
Per parlare del lavoro bisogna aver lavorato. Per parlar di un certo lavoro occorre avere avuto quella esperienza.
In vita mia ho svolto per un certo numero di anni solo due lavori. Lo psicanalista (per circa 30 anni) e l’insegnante (per circa 10).
Data questa premessa, credo di poter dire qualcosa solo da questi due punti di vista.
 
Se Giordano Bruno ha offerto la vita per affermare come amore e conoscenza vadano di pari passo, mi pare che un “tripode” possa essere completato con la funzione del lavoro.
Amare, conoscere, lavorare sono le attività che mi fanno sentire umano.
Ovviamente ciascuno di questi verbi va inteso nella sua estensione più radicale. Amare non è solo amare una bella donna. Il lavoro non è solo l’impiego che da reddito. La conoscenza non solo quella che ci sembra di ricavare dalla lettura dei libri e dall’ascolto delle lezioni.

Posto questo presupposto, avendo io svolto i due suddetti lavori mi sento di dire che il mondo dell’educazione e quello delle psicologie sono responsabili di gravi carenze che, se colmate, potrebbero invece costituire un grande aiuto per vivere meglio le gravi crisi economiche e le instabilità dell’impiego che ci fanno soffrire un po’ tutti.

Lo psicologo non è abbastanza in grado di aiutare l’individuo a scoprire che cosa davvero ami fare.
Fare un lavoro che non si ama è sicuramente un tormento.
Ma per evitarlo occorre sapere davvero che cosa si ami fare.
Ma essendo che il sottoscritto crede che nessuno sa quel che vuole … Il compitino non è dei più facili!
E ovviamente la psicologia non è in grado di svolgerlo.
Tutti noi ci abituiamo facilmente a stereotipi. Qualcuno dice che gli ideali dei ragazzi siano calciatori e veline. Io non lo credo, ma è significativo che qualcuno lo dica.

Se la psicologia non è in grado di aiutare a scoprire ciò che si ama, con la scuola cadiamo dalla padella alla brace.
La scuola persegue modelli di conoscenza medievali, libreschi e intellettualistici.
La classe, i banchi, la cattedra sono istituzioni medievali che ci trasciniamo ancora. Lo scranno del monaco e la cattedra del priore.
Ma nemmeno le scuole steineriane nelle quali sono onorato di aver insegnato si sognano di mettere in discussione una struttura così radicata.
Nessuno è ancora riuscito ad immaginare nulla di meglio.
Curioso. Per fortuna non sono così tante le istituzioni medievali che ci portiamo dietro così pedissequamente!
L’esortazione di Giovanni Papini “Chiudiamo le scuole” è sempre disattesa. Di scuole se ne riaprono continuamente! Non accennano a chiudere!

La scuola non propone una reale educazione al lavoro. Non propone a nessuno altro lavoro se non quello (paradossale) di studiare. Che lavoro non è…. Come diamine faranno i ragazzi a scoprire che lavoro possono amare se non hanno mai lavorato?

Per altro verso ancora le cose si complicano ulteriormente perchè é sotto gli occhi di tutti che le nostre società stiano diventando società piene di dottori. Ovviamente disoccupati.
Chi scrive non smette di proseguire un percorso formativo ed è iscritto ad una società di settore nata da una cattedra universitaria, ma non ha mai conseguito una laurea!
La storia del 900 pullula felicemente di questi individui. Non intendo declinarmi nel numero dei geni non laureati (che sono tanti) perchè genio non sono.
Mi accontento di una indicazione felice e più prudente. Questa. Da cui cito:
[quote align=”center” color=”#999999″]“Solamente il 13% delle imprese europee ritiene importante uscire da una Università. A contare, al momento dell’assunzione, è invece l’esperienza lavorativa. E’ il risultato che emerge da una indagine di Eurobarometro realizzata su 7mila imprese in 31 nazioni europee per comprendere quale è il punto di vista delle imprese nei confronti dei laureati.”[/quote]
Significa qualcosa di importante. Riprenderò il discorso nella prossima paginetta in cui vi racconterò qualcosa di edificante che ho vissuto poche ore prima del primo di maggio nell’esercizio…. Del mio LAVORO, naturalmente!

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