AgoràBiografia umanaPsicanalisi

Verso “Mitobiografica: scuola per il mestiere di vivere” – Intervista a Moreno Montanari

Mitobiografica - Intervista a Moreno Montanari
[message_box title=”Nell’autunno prossimo” color=”red”]

prenderà il via “MITOBIOGRAFICA. Scuola per il mestiere di vivere“. Moreno Montanari, insieme a Susanna Fresko, Massimo Diana e a Romano Madera che ne è l’ispiratore primo, stanno lavorando all’architettura e promozione della scuola.
Anch’io penso di dare qualche contributo offrendo qualche evento che vada ad arricchirne la vasta offerta di formazione.

Questa lunga intervista a Moreno Montanari inaugura una fase di apertura di questo spazio a conversazioni e interventi estesi ad altri interlocutori. [/message_box] [divider] [frame src=”http://francescopazienza.it/wp-content/uploads/2016/02/Moreno-Montanari.jpg” width=”150″ height=”150″ lightbox=”on” title=”Moreno Montanari” align=”left” ] Moreno Montanari è Analista biografico a Orientamento Filosofico, consulente filosofico, formatore, Dottore di Ricerca in Dialettica e mondo umano, saggista. Esperto di meditazione zazen, integra la filosofia e le pratiche filosofiche di Oriente e Occidente con la psicologia del profondo.
È autore di diversi libri che hanno visto felice accoglienza tra cui: Gli equivoci dell’amore, Vivere la filosofia e La filosofia come cura.

 

[divider]

 

Francesco Pazienza (FP) – Che cosa significa Mitobiografica? Da dove nasce questo termine?

Ernst Bernhard
Ernst Bernhard

Moreno Montanari (MM) – Mitobiografia è un termine coniato da Ernst Bernhard. Dà il titolo al suo unico scritto che in realtà è piuttosto una raccolta postuma dei suoi diari, di appunti dettati ad amici ed allievi e di qualche suo articolo.
Si tratta di uno psicoanalista junghiano che negli anni trenta del secolo scorso lascia la Germania e si trasferisce in Italia per sfuggire alla persecuzione ebraica, naturalmente prima che l’Italia fascista stringesse l’alleanza col terzo Reich. Sarà internato nei campi di concentramento calabri ma, grazie anche all’intercessione di Giuseppe Tucci, riuscirà ad uscirne illeso per poi dare inizio, alla fine della guerra, alla diffusione della psicoanalisi junghiana in Italia.

 

FP – Molto toccante il “retroterra” che indichi della biografia di Bernhard. Se io penso alla sua figura, penso a questa individualità mitica ha impresso in me il ritratto che ne traccia Federico Fellini:

“…ci siamo visti molto spesso, a volte anche fuori dal suo studio. Bernhard mi ha sempre ispirato un sentimento di grande pace.
L’immagine del suo studio in via Gregoriana. L’ora in cui lo andavo a trovare più volentieri era quella del tramonto, quindi c’era un sole che a un certo momento rendeva tutto dorato il pulviscolo della stanza. C’erano grandi finestre e l’occhio si perdeva su un panorama sterminato di Roma, mentre giungevano i rintocchi di tutti i campanili. Sembrava di essere in una mongolfiera sospesa nell’aria.”

Per me Bernhard è così lo psicanalista della Roma de “La dolce vita”, colui che con la sua intelligenza dello spirito del tempo accompagna Fellini fino all’intuizione dell’imminente New-age annunciato in “Giulietta degli spiriti”
Davvero significativo contemplare questo sfondo tragico della sua biografia giovanile.

MM – Ma la sua opera ruota attorno anche a temi che in Jung non trovano grande risalto: la Thorà, l’Entelechia aristotelica, il karma buddhista, l’evoluzione cosmica e, appunto, la Mitobiografia.
Bernhard la spiega così: in ogni biografia individuale è possibile scorgere, sotto forma di componenti della coscienza e dell’inconscio collettivo, motivi di famiglia, di civiltà, cosiddetti elementi karmici, ecc., una serie di fattori psichici che provengono da una «radice non personale» e che traggono origine da un particolare Mito.

FP – Sì, una radice non-personale, come dicevi. O sovra-personale. Ma mi ha colpito il tuo riferimento all’Entelechia aristotelica. Una nozione ripensando la quale ritrovo molto di quanto anche recentemente ho provato ad indicare in qualche mia paginetta. L’idea che il tempo vissuto abbia in sé, già alla nascita, il seme della sua evoluzione, del suo compimento. Di cui il Mito possa costituire la cifra. L’intuizione.

MM – La sua idea, che facciamo nostra, è che, seppure inconsapevolmente, il Mito abiti e strutturi la nostra psiche. Non solo, dunque, i nostri pensieri. Il Mito attiva una determinata tonalità emotiva, dispone ad un certo modo di aprirsi al mondo. Un modo che ci risulta familiare perché incarnato da modelli di vita archetipici, capaci di condensare in figure o situazioni tipizzate, snodi cruciali della vita e dell’umanità.
Ogni singola vicenda personale si scopre così inscritta in una narrazione che la trascende e nella quale, appunto, riecheggia un particolare aspetto o figura di un Mito. Con lui, per qualche ragione che occorrerà indagare, l’individuo, almeno in parte, s’identifica.
Così il Mito può essere vissuto dall’individuo come un destino che gli s’impone suo malgrado.
Perché finisco sempre per fare gli stessi errori? È possibile che mi imbatta sempre nelle stesse situazioni? Ecc. –  E questo vale sia sul piano personale che su quello collettivo.

FP – Puoi fare qualche esempio?

MM – Durante il suo internamento nei campi di concentramento, ad esempio, Bernhard ascolta segretamente alla radio il discorso di Hitler e vi scorge il calco di un mito di Hagen, un eroe tragico ed autodistruttivo che lascerà dietro di sé solo morte e macerie. Se il popolo tedesco se ne capacitasse, pensa, non lo seguirebbe.
E, come ebreo, s’interroga anche sul modo in cui i popoli ebraici leggono la loro persecuzione come eco della cacciata dall’Egitto.
Più in generale è evidente come in Italia, anche per i non credenti o per chi ha abbracciato un’altra fede, il mito cristiano del sacrificio della propria vita per il bene di chi si ama si sia sedimentato nel modo di vivere le relazioni affettivamente significative, così come il senso di colpa – eco del peccato originale – abbia a lungo costituito una delle principali spinte ad agire in un determinato modo.
L’individuo che se ne capacita può riuscire, da una parte, a demitizzare il proprio sentire ed il proprio modo di pensare, facendo la tara di ciò che gli appartiene e di ciò che non sente più proprio, ma può anche restare all’interno del mito cristiano ripensandone il significato, riconoscendolo ad esempio come la religione che al sacrificio preferisce la misericordia («Misericordia voglio e non sacrificio» Osea, 6,6 ; Matteo, 9,13; 12, 7).

Oppure, ancora, alcuni movimenti delle relazioni di coppia possono essere letti alla luce dell’influsso della Dea Era, la Dea del matrimonio, dell’unità della coppia, gelosa, possessiva, irosa, incapace di vivere senza il partner; indagarne il mito può aiutare a prendere visione e consapevolezza di alcune tendenze psichiche che albergano in noi e del loro “naturale” destino.
Se si entra in relazione dialettica con il mitologema che c’innerva – che cosa muove davvero Era? Che cosa la placherebbe? Ecc…  – la sua storia può essere rielaborata e riorientata, favorendo tanto la capacità di vivere armoniosamente in esso, come nel caso del mito cristiano ripensato alla luce della misericordia, quanto quella di emanciparsene completamente, riconoscendo che quel mito che storicamente avvertivamo come sensato ora non ci rappresenta più.

Per concludere, il lavoro con il mito, un lavoro dialettico che Bernhard paragona a quello che in analisi si dà tra l’Io e il Sé, può permettere all’individuo di trovare la sua via individuativa, ossia, di divenire ciò che è, di realizzare, in termini bernhardiani la propria Entelechia.
In senso meno tecnico e più generale, possiamo considerare il mito come lo sfondo di senso che è capace di ordinare e dare significato ai singoli eventi della vita, o ai suoi nodi più significativi e la Mitobiografia come la capacità di porre attenzione a questo sfondo dal quale emerge, senza aderirvi acriticamente, la propria vicenda personale.

FPMi pare che in Mitobiografica siano ben riconoscibili tre filoni che si annodano in modo originale: Psicoanalisi (e non solo junghiana), Biografia (lavoro biografico che non sempre coincide con lo sforzo analitico, forse è uno sforzo sintetico) e Filosofia.
Come si annodano questi fili?

MM – Diciamo che, per stare alla tua metafora, i fili sono annodati da sempre: i Buddisti, ad esempio, usano la parola Tantra per indicare “la tessitura del tessuto del mondo”; Bateson parla della realtà come di una “struttura che connette” e gli esempi filosofici, occidentali e non, potrebbero moltiplicarsi ab infinitum; perché cos’altro è vivere se non prendere parte ad un vasto ordito di relazioni  – materiali, psichiche, sociali, ecologiche, simboliche, ecc – e contribuire, con la propria esistenza a svilupparne l’intreccio e il significato?

FP – A proposito della relazione con la sapienzialità Buddista, mi ha colpito il fatto che tu indicassi il ruolo che Giuseppe Tucci ha avuto nella biografia di Bernhard. Colui che lo aiuta a sopravvivere alla segregazione.
Tucci è uno dei più grandi studiosi di questo genere di cose e, quando nella mia biografia ho cercato un valido insegnante di meditazione, l’ho trovato in uno dei più diretti allievi: Corrado Pensa, già psicanalista e insegnante di meditazione, erede della cattedra universitaria di Tucci.
Questi fili si intrecciano nel tempo e nella adiacenza delle esperienze. Psicanalisi, meditazione filosofie sapienziali dell’antico oriente. Attraverso ormai diverse generazioni.

MM – Infatti noi pensiamo alla Filosofia come a quella disposizione umana – e non tanto a quella disciplina, dal cui studio c’è naturalmente da imparare – che prova a comprendere questi nessi in una prospettiva olistica nella quale, come diceva già Platone a proposito dell’opera di Eros, “il tutto risulta collegato con sé stesso» (Simposio, 202e).
Nella filosofia, in pratica, scorgiamo non solo una modalità di pensare la relazione tra particolare e universale come irriducibilmente interdipendente ma anche una specifica e feconda modalità di prendersi cura della loro relazione ricorsiva in modo che nessuno dei due aspetti risulti fagocitato dall’altro.
Saperlo fare significa, grossomodo, dare senso agli eventi, inserirli dentro una narrazione di senso capace di reggere alle prove della vita nei suoi momenti più difficili, ma anche di liberarla e darle slancio in quelli felici.
Dalla Psicoanalisi prendiamo soprattutto la capacità di prestare attenzione al pensiero immaginale e alle dinamiche dell’inconscio, elaborando una specifica ermeneutica simbolica che si confronti anche con quegli aspetti “irrazionali”, che troppo spesso la filosofia, o il pensiero raziocinante, trascurano.

La Biografia, liberata da categorie tipologiche o, peggio ancora patologiche, ci sembra essere, letteralmente, il segno (gràfein) che la vita (bios) lascia lungo il suo cammino, scrivendo appunto una storia che non consiste tanto nella sommatoria delle vicende che si sono susseguite ma nella capacità del singolo individuo di dare senso a quanto ha vissuto e non soltanto ha patito.

FP – Capisco! E sono sicuro che i lettori ti seguiranno! È anche il nostro sforzo. Questa dialettica tra senso e non-senso!

MM   La biografia è dunque, in questo senso, l’elaborazione di una narrazione della propria vicenda personale riconosciuta come intrinsecamente intrecciata ad un ben più vasto ordito di relazioni, perché come si sa, ma si tende spesso a dimenticare, nessun uomo è un’isola.
Se vero è l’intero, come amava dire Hegel, e se la terapia psicoanalitica consiste per lo più nel ricomporre le parte scisse, come tutti i diversi indirizzi ritengono, occorre proporre un approccio che rinunci agli steccati non solo disciplinari ma anche epistemologici, come si propone di fare, appunto, la scuola mitobiografica. Qui psicologia del profondo, spiritualità e filosofia non possono non incontrarsi in una prospettiva laica che non confonde i piani e le competenze ma le riconosce come da sempre in atto in ciascuno biografia.

FP – Contemplando il disadattato scolastico che c’è in me e il professore che c’è in te (ma anch’io sono stato insegnante e anche tu hai avuto le tue vicende di studente non brillante, mi pare… ) giocando biograficamente su tutto questo oso chiederti…

Professore ma perché ancora una scuola? Cosa devo intendere per scuola?… Non basta quella che ho frequentato da ragazzo? Una scuola per adulti!

MM  Ti tranquillizzi se ti dò la mia parola che non dovrai alzare la mano per chiedere di andare in bagno?
In realtà, caro mio, da bambini ci hanno fregato perché scuola deriva dal greco skholé che indica uno spazio ed un tempo  d’ozio dove occuparsi di qualcosa per il puro piacere di farlo, senza altre finalità che il godimento che ne consegue.
Ma una simile scuola è forse praticabile solo in età adulta come avevano compreso bene i greci. Pitagora, Platone, Aristotele, Epicuro, Epitteto e così via, hanno tutti fondato una simile scuola per adulti che aveva il chiaro scopo d’insegnare il mestiere di vivere saggiamente.
Tutte queste scuole, nonostante i loro diversi indirizzi, costituivano un tempo ed uno spazio di sospensione dalle modalità dell’etica abituale e si offrivano come un’atopia, uno spazio senza luogo, che serviva a prendere posizione sul proprio modo di vivere, personale e collettivo, per poi tornare ad abitare il mondo con altri occhi ed altro spirito.
Hadot ha spiegato bene come questo determinasse una diverse percezione del mondo e del modo di vivere e non solo un cambiamento di mentalità.
Se ci pensi questo vale anche per ogni forma di gioco che nasce proprio dalla sospensione dell’abituale modo di ragionare, si gioca per il semplice gusto di farlo, ma favorisce, come ha colto soprattutto Huzinga, (J,Hunzinga, Homo ludens) intuizioni e prese di coscienza che possono fecondare e rivisitare profondamente il modo di concepire e vivere se stessi ed il mondo.

Ecco: pensiamo Mitobiografica come un posto in cui gli adulti giocano ad immaginare, ragionare, sentire e vivere altrimenti sperimentando pratiche e metodologie che rimandano a diverse scuole di pensiero ma che non sono improvvisate ma provate sotto la guida di persone che ad esse hanno dedicato una parte considerevole della loro esistenza.
In gioco, osiamo dire, c’è niente di meno che la possibilità di riconoscere e coltivare la propria vocazione umana (riprendiamo il termine da Bernardo Nante), ciascuno secondo la propria sensibilità e i propri insindacabili interessi, tanto che nessun percorso formativo sarà alla fine identico ad un altro perché circa un terzo della formazione sarà autonomamente scelto dai singoli iscritti sulla base della vasta offerta dei seminari e dei laboratori del centro culturale di Philo – di cui “Mitobiografica, scuola del mestiere di vivere” costituisce una costola.
Ogni incontro sarà in realtà una meditazione che richiede la cooperazione degli iscritti, secondo modalità laboratoriali incentrate su una vasta gamma di pratiche che, in senso ampio e laico, definiamo esercizi spirituali.

FP – Può dirci qualcosa di più su questi esercizi spirituali?

MM – Si tratta di pratiche che coinvolgono l’intero psichismo dell’individuo e non solo l’intelletto: meditazioni coltivate dalle diverse tradizioni orientali ed occidentali; danze e attività corporee; lavoro sulle e con le immagini, dalla calligrafia, ai mandala, al disegno del proprio stemma o delle proprie immagini guida; l’immaginazione attiva di Jung; lavoro con la musica; la disputa filosofica; la lectio philosophica; l’ermeneutica simbolica; l’esercizio del confronto biografico solidale; la scrittura di sé, della propria biografia e la ricerca della propria mitobiografia; il lavoro sulle fiabe, i miti, le canzoni, i film e i libri che ci sono cari, solo per dirne alcune.
Il metodo è quello della scuola Philo e se ne possono trovare tracce nei libri della collana diretta da Nicole Janigro, Chiara Mirabelli e Susanna Fresko per Ipoc ed in particolare nel libro “Philo. Una nuova formazione alla cura”.

FP – Infine vorrei chiederti qualcosa dell’insegna che abbiamo scelto: Scuola per il mestiere di vivere. Il “mestiere di vivere” è una espressione creata da uno scrittore come titolo della sua ultima raccolta di poesie prima di suicidarsi!
Immagino, dobbiamo far nostra la considerazione junghiana secondo cui curiamo con le nostre ferite?

MM – Beh… speriamo che non sia di malaugurio! In realtà, come suggerivi, il nostro lavoro consiste in buona parte nel guardare la vita anche dal punto di vista delle ferite che ci ha inferto. In questo senso, come mi sembra amasse dire Carotenuto ogni ferita è una feritoia. Partire da lì, senza dimenticarne la parzialità, evita o limita il rischio di idealizzazione e ancora alla realtà.
Dall’altra offre l’opportunità per scoprire quella forza umana per antonomasia che è, forse, la capacità di resilienza, possibile centro di una sapienza che non sappiamo di possedere ma scopriamo al momento opportuno (una forza, mi viene da pensare biologica perché è nella logica della vita rialzarsi sempre, vivere.

FP  Parlaci della “resilienza”!

MM – La si può paragonare alla capacità di elaborare un lutto e riaprirsi alla vita anziché ritirarsi da essa per il dolore; nonostante lo si sia ormai identificato con il profeta del nichilismo, la resilienza è simile all’invito nietzschiano “dire dionisiacamente”, dire di sì alla vita così com’è, con i suoi aspetti tragici ma anche con i suoi doni meravigliosi; è, sempre per usare i suoi termini, la capacità di riprendersi dalle ferite più profonde della vita, comprese le deidealizzazioni, senza esercitare il maleficio nei confronti della vita, lo spirito di risentimento, per tornare a gustare quello che Epicuro chiamava “il nudo piacere di vivere”).
Il termine deriva dalla scienza dei materiali e indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. In psicologia indica la capacità di riprendersi da un periodo particolarmente traumatico elaborandone il senso. Noi amiamo parlarne come della capacità di scorgere un’offerta anamorfica che permetta di dare senso al negativo con il quale, in diverse forme, ciascuna vita deve fare i conti.
Più analiticamente: mestiere non sta ad indicare qui il conseguimento di una professionalità, tanto che siamo davvero fieri di aver ideato una scuola che, tecnicamente, non forma a niente, nel senso che non accredita ad alcunché, non viene riconosciuta da nessun albo, non sfocia in una professione e così via.

FP  Beh, si, comincia a piacermi di più! Una scuola che non formi a niente…!

MM – Ci piace pensare che sia una scuola nella quale apprendere “a comporre la propria storia”, come ama dire il nostro comune amico e collega Romano Màdera.
Un luogo in cui imparare ad essere, semplicemente ad essere, più pienamente e più consapevolmente, ciò che si è.

FP  Bello, bello! Mi hai quasi convinto! Scommetto che ora rincari la dose!

MM  Certo, e si preferisce, con una frase un po’ più altisonante, un’opportunità per accrescere la propria autenticità, realizzare la propria vocazione ad essere.

FP – Quindi sala di meditazione, tempio ed anche bottega rinascimentale!

MM – Ecco: ha proprio colto il senso della nostra proposta! Il mestiere infatti, rispetto alla professione, sottolinea maggiormente il carattere esperienziale di un sapere che si apprende facendo; si avvicina piuttosto ad un’arte che ad una scienza, a sottolineare la centralità dell’esperienza rispetto all’intellettualizzazione – la cui sopravalutazione costituisce uno dei mali del nostro tempo – e ad un possibile modello di riferimento che, naturalmente, non c’è. Direi piuttosto che il metodo non potrà che essere un processo di deuteroapprendimento, nel quale cioè, s’impara ad apprendere il proprio modo di apprendere, comprendendo la logica che lo innerva e lo sostanzia. Allora ciascuno impara a conoscere, comprendere e – se lo ritiene, (ri)-orientare, la sua particolare modalità di stare al mondo. Siamo gettati nella vita e chiamati – alcuni direbbero condannati – a darle forma: questo è, infondo, il mestiere di vivere.

FP – Grazie di cuore, Moreno Montanari! Che la scuola per il mestiere di vivere possa accompagnarci verso il… nudo piacere di vivere!

 

NB L’immagine riprodotta nella testata della pagina è attinta dal prezioso libro, edito da Salani, “La vita notturna degli alberi” 
[divider]

3 pensieri su “Verso “Mitobiografica: scuola per il mestiere di vivere” – Intervista a Moreno Montanari

  1. Ottima intervista, molto interessante scoprire i due personaggi e la visione di Moreno sulla scuola e sulla resilienza. grazie infinite!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *