Biografia umanaPsicanalisi

La filosofia spiegata ai ragazzi

La voce del padrone

Che nella mia “esistenza da cucciolo” la vocazione orfica abbia avuto un ruolo importante ho già provato ad indicarlo in una precedente paginetta.
Quella vocazione è proseguita poi per qualche via sotterranea. Ero troppo cucciolo per esprimere ciò che mi stava a cuore.
E il cuore non sapevo nemmeno cosa fosse e dove stesse.
Mi avevano già rimproverato di essere un fanciullo-senza-cuore. Anche di questo ho già parlato. Non mi ero nemmeno commosso alla proiezione di Bambi. È lì che si vede se un ragazzo ha cuore.

Beh, io non ce l’avevo. Mi devo essere annoiato mortalmente. Del resto ancor oggi la televisione mi assopisce e un pisolino in ciascuno dei film più avventurosi riesco sempre a schiacciarlo. Mi pare addirittura che più i film siano d’azione, più mi concilino il sonno.

Invece un cuore nascosto (come ogni cuore) devo averlo avuto.  Nemmeno io ne conoscevo la strada, ma mi misero davanti alla tastiera del pianoforte di famiglia, nicchiavo. Il pianoforte era quello di mamma. Deve averlo suonato tra due guerre mondiali. Quando sfollata, schivava le bombe nei bombardamenti ai treni, era già in grado di accennare un notturno di Chopin o il chiaro di luna di Beethoven.
Quella musica mi annoiava a morte, ma quel pianoforte troneggia ancora in quel locale di casa mia. Trovo che non sfiguri nell’atelier che sto allestendo proprio in questi giorni.

Quando misero me davanti a quel pianoforte fiutai che quella non era cosa per me. Solfeggio, Hanon, Pozzoli, Czerny… Relitti galleggianti ancora sopravvissuti al naufragio della mia memoria. Resistono alla Vertigine del tempo! Son più bravi di me che ne resto annichilito. Li usano ancora!

Radio Quando, pochi anni dopo, le note dei Beatles fecero irruzione dalla vecchia radio in legno, avevo già disimparato tutto… La radio proprio questa. In casa mia si conservava molto. La stessa radio che ha portato i bollettini di guerra ha conosciuto la voce dei Beatles. Effettivamente aveva una cassa armonica insuperabile rispetto alle radio di plastica sopraggiunte nel frattempo. Onore al merito. Era un vero e proprio strumento musicale.
Così, ricominciai dalla chitarra, ma non si capiva come quegli scarafaggi ottenessero quei suoni… Mia madre, la signora Pazienza che impastava la pizza, degli scarafaggi reali aveva una vera e propria fobia.
A ciascuno il suo. A modo mio ci provai anch’io a strimpellare She loves you! Darsena di Porta Ticinese a Milano

Quando mi dolevano le dita per lo sforzo, passeggiavo per le strade della Milano dei Navigli, mi nascondevo nelle cabine dei barconi che dormivano nella darsena e immaginavo di non abitare nell’appartamento di un medico. Di non dover essere un ragazzo pulito, educato. Ma nemmeno questo ero ancora capace di formularlo.

Malgrado i miei sforzi di esprimere i miei sentimenti. Il mio amore e la mia rabbia, passeggiando per quelle strade, nascondendomi nei barconi, intuivo che una ragione di tutto dovesse esserci da qualche parte.

E questa ragione doveva avere la forma dei teoremi di geometria che si studiavano a scuola. Doveva avere una forma geometrica. Una eleganza che mancava nella realtà noiosa, banale, caotica che mi toccava di vivere.
Tra le poesie del Foscolo e del Manzoni (o romantici peggiori e minori) e i teoremi di geometria in fondo mi apparivano più poetici i teoremi. Quell’altra poesia non era roba per me. Almeno finché non conobbi Hemingway, Pavese o Ungaretti che conobbi più tardi.

Almeno i teoremi, nella loro astrazione erano abiti più comodi per ammantare il mio cuore dolente. Viveva in quei dintorni la promessa di un senso delle cose.
Mi sentivo un punto geometrico smarrito nello spazio. Privo di dimensione. Ma almeno il mio vagabondare per quelle strade disegnava segmenti che forse erano porzioni di una semiretta originata dalla mia nascita.
Ma dov’ero prima di nascere?
Come sono passato dal non-essere all’essere?
Questa domanda mi era davvero chiara.

[youtube height=”400″ width=”650″]http://www.youtube.com/watch?v=YdVsOresZHk[/youtube]

 

Come ho fatto ad esistere da un momento all’altro e perché mia madre era stata all’ospedale?
Incredibilmente il figlio di un medico non ha ricevuto alcuna indicazione in proposito.

Alla scuola media inferiore ebbi il torto di innamorarmi di una parola di cui, come naturale, non conoscevo bene il significato. La parola “filosofia”. La promessa di poter indagare il senso delle cose.
È un torto così grande innamorarsi di ciò che non si conosce bene? Di ciò che, come la geometria, è solo una promessa?

Platone indica che l’amore nasce dalla mancanza. Giordano Bruno ha forse un torto più grande. Ha indicato nell’amore il più potente strumento di conoscenza.
Così davanti alla proposta dell’insegnante di lettere a proposito di una ricerca su Dante mi proposi di esplorare la filosofia di Dante.
Già Dante non lo sopportavo, magari scoprivo qualcosa della filosofia. Dante poi non era nemmeno un filosofo. Che progetto strampalato! Ma anche di questo si vive da cuccioli.

Come ovvio venni criticato e guardato con irrisione da tutti. Certo che era assurdo! Ma se non vogliamo misurarci con l’assurdo evitiamo di lavorare con gli esseri umani che producono assurdità col respiro. Il respiro della ragione. Senso e non senso. Ossigeno e anidride carbonica. In senso contrario alle piante.

Così oltre alla diffidenza dell’insegnante ricevetti i rimbrotti di mio padre che si sentii obbligato ad introdurmi alla filosofia. Che, notoriamente, non è cosa per ragazzi.
Lo fece, ovviamente, a modo suo. Non che non ne sapesse. Educato dai Gesuiti in un collegio a circa 200 km dal paesello pugliese, diversamente da me si era applicato agli studi.

Cercò di rimediare alla mia domanda assurda sostenendo che si doveva partire da Socrate, poi Platone e infine Aristotele per arrivare all’orizzonte filosofico della Scolastica in cui si possa collocare Dante e il Medioevo.
Dio mio, che disastro! In che cosa m’ero andato a cacciare…!

Si prese qualche giorno per la lezione che mi tenne una domenica. Il discorso non faceva una piega e nemmeno le sue spiegazioni su cosa fosse un concetto o una idea platonica, ma a quell’età forse i pre-socratici mi sarebbero stati più congeniali.
E la mia aspirazione amorosa per la filosofia venne drasticamente ridimensionata.
Domanda mal posta. Risposta deludente.
La filosofia perse ogni fascino. Dovetti attendere molti anni perché in me si riformulasse una domanda.

Per questo è importante lavorare con delicatezza con le domande dei ragazzi!

La voce del padrone non deve gridar troppo forte.
Altrimenti il cagnolino fiuta l’inganno.
L’immagine lo mostra bene!

3 pensieri su “La filosofia spiegata ai ragazzi

  1. Resto divertita, sorpresa, emozionata, fortemente appagata dalla lettura di questa paginetta, dal racconto di un percorso personale di vissuti di avvicinamento/allontanamento, interesse/noia, apertura/chiusura a questa “filosofia”… di quel bambino che si relaziona con le domande di senso lasciando sgomenti gli adulti… di quegli adulti che … ambiscono a offrire le risposte… anche soltanto su “come procedere”… impetuosi, frettolosi, ansiosi, imprecisi, certi di averne la responsabilità…
    Mi piacerebbe poter sentire narrazioni su quale “delicatezza”, cos’è, come può essere interpretata…

    1. Grazie dell’attenzione, Fabio! Proprio i giorni scorsi pensavo a questa pagina che in fondo è solo un esordio. Ho raccontato quanto ho vissuto ma non ho ancora raccontato come invece avrei fatto io! Non l’ho raccontato ma ho provato a realizzarlo in una classe liceale della scuola Steiner di Lugano! A presto!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *