PsicanalisiVertigine del Tempo

L’albero. Colloquio col mio primo lettore.

Rainer Maria Rilke

Come l’amico, paziente lettore, ricorderà, nei mesi scorsi ho pubblicato il mio primo libro.
Si è trattato di una esperienza singolare per me.
Il mondo dell’editoria e della carta stampata mi è piuttosto lontano. Forse anche solo perché non ha mai nutrito interesse nei miei confronti. Né io l’ho mai sollecitato a farlo.
Per ora questa esperienza è stata per me l’esperienza di una sepoltura.
Daniel Pennac indica brillantemente in uno dei suoi testi più felici che la lettura può essere pensata come una resurrezione del testo. Il testo che letto dal lettore risorge rispetto alla sepoltura operata dall’editore di cui l’autore deve fare esperienza.
Torna alla mente quella frase di Perros che Pennac pone in esergo a un capitolo…

[quote align=”center” color=”#999999″]La lettura, resurrezione di Lazzaro, sollevare le pietre delle parole.[/quote]

Come sappiamo, la galassia Guttemberg, il mondo della stampa, potenziando la possibilità di fruizione di un testo, rende però possibile l’incontro con un lettore che non sia necessariamente presente e disponibile al colloquio. Che non sia presente qui ed ora.
Rende possibile una relazione nello spazio virtuale, in quel prolungamento della mente che l’invenzione della stampa ci offre.

Ho avuto  invece la possibilità di dialogare direttamente con un lettore e non l’ho voluta perdere.
Gli ho chiesto che cosa in questa lettura lo abbia colpito.
Già mi aveva preannunciato che c’era un punto in particolare da cui era rimasto colpito in particolare. Diversi altri, ma quello in particolare.
Così l’ho esortato a ritrovarlo.
Ma la sua copia era a casa e ha dovuto sfogliarne una “intonsa”. Espressione che ha origine nell’epoca in cui le pagine dei libri nuovi, per essere lette dovevano essere tagliate dall’apposito tagliacarte. Ho fatto in tempo ancora io, in infanzia e prima giovinezza, a compiere tale operazione iniziatica, rituale.

Un copia “intonsa” quindi, pescata dalla piccola pila che custodisco nel mio studio.
Mi sono reso conto, per l’occasione che, del mio libro, non disponevo di una copia proprio mia.
L’unica che ha avuto in mano per pochi minuti il giorno della presentazione, l’avevo regalata immediatamente alla persona che vive con me. A quella che chiamo “il mio angelo custode”, Natasha, Nataliia, una giovane donna ucraina che accompagna i miei passi da tre anni e mi offre una qualità di vita insperata.

Non avevo una copia per me così decisi che, quella che mi avrebbe resa il primo lettore incontrato, quella sarebbe stata la mia copia.
In omaggio al mio principio del rispecchiamento nello sguardo dellaltro.
Ci mise qualche minuto ma la ricerca ebbe buon fine.
La frase che lo aveva colpito era proprio quella e, con mia divertita sorpresa, si trattava di una citazione anche se lui non appariva esserne ben consapevole.
Il mio libro è in realtà pieno di citazioni ma quella non inseguiva il filo della narrazione. La mia “traversata immaginativa” di fatto è una traversata attraverso testi letterari che sorreggono l’immaginario della nostra storia umana. Dal mitico Siddharta, attraverso Gesù e Francesco d’Assisi, verso i personaggi della grande letteratura moderna e, nell’ultima parte, post-moderna. Da Amleto fino a Lisbeth Salander.

Ma non si trattava di una citazione da quella serie. Si trattava di una citazione a me cara che avevo usato nell’argomentazione di un punto assolutamente saliente. Esattamente nella giunzione tra la parte “vecchia”, scritta e pubblicata 15 anni fa in rivista e quella “nuova”, concepita negli anni successivi fino all’estate scorsa.

Si trattava, niente di meno che…

[quote align=”center” color=”#999999″]E tutto tacque. Ma proprio in quel tacere
avvenne un nuovo inizio. Cenno e mutamento.[/quote]

Si tratta di due versi del primo dei “Sonetti a Orfeo” di Rainer Maria Rilke. Versi potenti che da anni si sono stampati nel mio cuore con caratteri di fuoco.
Più recentemente, come ho fatto nella stesura del libro, mi piace accostare questi versi alla celebre conclusione del Tractatus  wittgensteiniano.
Dove Wittgenstein ammonisce:

[quote align=”center” color=”#999999″]di ciò di cui non si può parlare si deve tacere[/quote]

lì mi piace innestare il sonetto che indica che da quel tacere può avvenire un nuovo inizio.
Non male come chiave di snodo di una riflessione sulla relazione Padre/Figlio.

Quindi, posso ben concludere che mi sento lieto di avere condiviso col lettore un simile apice della cultura del Novecento, anche se a rimanere impressa non è una mia frase ma i versi di un grande poeta.
Come essere ucciso, non da un’altro uomo ma da un dio immortale!

Ma la cosa sorprendente per me e, spero per voi, sia il fatto che la stessa persona con cui stavo dialogando, giusto in quelle settimane, si ritrovasse con insistenza a disegnare un albero. Ne ha tracciato diverse varianti. Vi offro qui la più “godibile”.

Eccola.

Disegno-dell'albero

Sono davvero lieto di essere stato sacerdote di questa mia personale e ben collaudata religiosità!

Rileggiamo allora insieme l’intero sonetto e scopriamo come, dietro l’indicazione rilkiana ci sia la presenza di un albero, di cui, ripeto, il mio amico-paziente ignorava l’esistenza ma che aveva già disegnato per conto suo.

Ed ecco l’Albero di Rilke:

[quote align=”center” color=”#999999″]

Lì si levò un albero. Oh, puro sovrastare!
Orfeo canta! Grandezza dellalbero in ascolto!
E tutto tacque. Ma proprio in quel tacere
avvenne un nuovo inizio, cenno e mutamento.

Animali di silenzio irruppero dal chiaro
bosco liberato, da tane e nascondigli
e si capì chessi non per astuzia
o per terrore in sé eran sì sommessi,

ma per lAscolto. Ruglio, grido, bramito
parve piccolo nel loro cuore. E dove quasi
non cera che una capanna al suo ricetto, 

un anfratto delle più scure brame ordito,
con un andito dagli stipiti sconnessi, –
tu creasti per loro un tempio dellascolto.

Primo dei Sonetti a Orfeo,  Rainer Maria Rilke, traduzione di Franco Rella.

[/quote]

Ho la fortuna di esercitare una professione che mi rende manifesta la potenza immaginativa di quello che comunemente chiamiamo l’”inconscio”.
Un sorprendente meccanismo che percepisce alberi anche dove non avremmo immaginato.
L’albero del mio amico, come l’albero del sonetto ad Orfeo di Rilke, è l’organo di percezione che trasforma l’orecchio in un tempio dell’ascolto.
Lo stesso ascolto che voi lettori mi offrite con generosità e pazienza.
Di questo non vi ringrazierò mai abbastanza!

Credevo di aver scritto un libro sull’irrequietezza giovanile invece, a quanto pare, ho scarabocchiato una minuta utile comunque a connettersi a un originale, immortale dettato poetico, che riposa in pace in quella che qualcuno definisce la Biblioteca di Babele. La cattedrale della quiete immortale.

Ma anche della sublime irrequietezza. Quella decantata dalla schiuma dell’irrequietezza giovanile.

Un pensiero su “L’albero. Colloquio col mio primo lettore.

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