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Francesco secondo

Laura Novel

Nella precedente paginetta, quella che ho scherzosamente intitolato “Francesco primo”, abbiamo visto che, se “Nomen omen” , il primo nome, quello originario di Francesco, non era Francesco, ma Giovanni.
Mi permetto di proporre, evidentemente solo come “gioco linguistico”, questo riferimento a “Nomen omen”, una credenza sospesa tra il popolare e l’esoterico, per indicare l’intuizione del destino a partire dal nome.
Questo collocherebbe Francesco, che di Pietro era figlio, in quella tradizione Giovannea che ha una vocazione differente da quella assegnata a Pietro. Insostituibile a questo proposito il breve, ma intensissimo studio di Mario Tabet che ho avuto il piacere di incontrare personalmente.
Il Cristianesimo di Pietro risulta così l’istituzione della Chiesa Cattolica, mentre il cristianesimo di Giovanni riemerge nel Rinascimento come il movimento Rosicruciano.
Di questo movimento non vorrei affermare il valore spirituale o esoterico che lascio all’arbitrio di ciascuno attribuirgli, tra Codice da Vinci ed altro se n’è detto più che a sufficienza… Mi accontento di indicare l’incidenza storica di questo fenomeno ben documentata nel lucido e “laicissimo” studio di Frances Yates “L’illuminismo dei Rosacroce”. 

Ma lasciando queste suggestioni, proseguiamo la passeggiata verso Francesco, interrogandoci sul nome appunto di Francesco che originariamente altro non era che un aggettivo inerente a ciò che fosse francese. Franc-esco come, analogamente a Ted-esco…
Francesco è quindi il nome che Pietro di Bernardone assegna al figlio in onore del suo amore per ciò che è francesce. Era un commerciante all’avanguardia e, oltre alle stoffe provenzali, aspirava ad una boccata di cultura provenzale, così frizzante in quegli anni…

In quei decenni l’Europa intera ha subito il fascino della cultura cortese. Dalla sua lingua nascono le lingue romanze e il Cristianesimo è diventata la “religione dominante”.
Come questa religione dominante riesca a convivere con un diritto romano piuttosto “asciutto” nel riconoscere ai figli di affermare un proprio progetto esistenziale è davvero arduo da concepire.  Paradossalmente il Cristianesimo è proprio la religione del Figlio!
Ma qui, ancora, la famiglia ed il matrimonio erano visti essenzialmente in funzione patrimoniale. Che un uomo generasse un figlio all’interno o meno di un matrimonio non garantiva a questo figlio l’appartenenza alla sua famiglia. Come padre poteva riconoscerlo o “esporlo”.
L’esercizio della sessualità al di fuori del matrimonio era tollerato purché non ostacolasse la funzione patrimoniale del matrimonio. Cortesi erano in effetti le relazioni non matrimoniali 
all’interno della corte e la corte era il luogo del Principe.
Qualche ulteriore riflessione storica sul significato dell’epoca di Francesco mi appare utile ai fini del nostro discorso.
Ci sono qui i presupposti fondamentali dell’immagine del matrimonio e dell’amore quale oggi lo pensiamo.
Estremamente interessante in proposito la conferenza di Rudolf Steiner del 15 settembre 1915 intitolata “Considerazioni aforistiche sul concetto di amore in relazione al concetto di mistica” in cui ci si chiede quanto antica sia la nozione di amore. Con titolo e traduzione differente la trovate qui. Si legge tra l’altro:

[quote align=”center” color=”#999999″]Non ho dubbi che la maggior parte della gente con una visione alquanto superficiale risponderebbe che l’amore è antico quanto l’umanità. Ma chi tiene conto della storia della civiltà riconoscendola come percorsa da impulsi spirituali, darà a questa domanda una risposta diversa, perché si sforza di rappresentarsi le cose in modo concreto e non con idee nebulose e generiche.

L’amore in realtà ha al massimo settecento anni!

Leggete tutta la letteratura e la poesia degli antichi romani e dei greci: non troverete nulla di quel che oggi viene ricollegato al concetto di amore.

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Ma, come anche il seguito di questa conferenza ci indica pur riferendosi ad altro obbiettivo, saremmo tratti in inganno se pensassimo che il fondamento dell’amore e del matrimonio sia l’amore nella sua dimensione erotica. Questo sembra esaurire la sua funzione nel ruolo propulsivo inaugurale dello Zolfo alchemico.

La cultura cortese afferma innanzi tutto il riferimento alla Donna come il riferimento all’ideale dell’azione di un cavaliere. Per l’uomo-cavaliere riferirsi alla Donna significa riferirsi alla polarità opposta al suo essere maschile. L’Io ed il Sé superiore non hanno sesso. Così l’Amore diviene una figura fondamentale della ricerca di Sé. Diventa un modo di riferirsi al proprio Sé superiore.

Vedremo nella prossima paginetta (Francesco terzo!) quale importanza abbia tutto ciò con il nostro Francesco d’Assisi.

Volendo offrirvi una immagine dell’amor cortese per questa paginetta ho evitato a bella posta qualsiasi “immagine d’epoca”.
Avendo insegnato in un liceo so, a dispetto di alcune apparenze, quanto i giovani adolescenti e pre-adolescenti vivano (quasi sempre inconsapevolmente nell’atmosfera dell’amor cortese.
Scelgo pertanto l’immagine di una “damina” dei nostri giorni che col suo passo statico, quasi da danza classica, esprime con convinzione l’atteggiamento di attesa di un “cavaliere”.

Lo scatto suggestivo è opera di Laura Novel che ringrazio e saluto come nuova collaboratrice per le immagini di questo nostro sito.

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