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Come abitare lo spazio virtuale

La prima libreria Mondadori per Voi

Una trentina d’anni fa avevo 30 anni e avevo preso l’abitudine di riunire un certo numero di persone ad un tavolo di lavoro.
Una libreria in via Cesare Correnti a Milano.
Si chiamava già “Mondadori per voi”.
Era una piccola bottega. Quella dell’immagine era la prima, maggiore.
Oggi a questo nome corrispondono autentici Mega-store.

In questi incontri serali, a bottega chiusa, si leggeva, si studiava, si ascoltava il sottoscritto e molti altri, spesso più illustri di lui.
La gente a passeggio (a quei tempi anche gli italiani ci andavano, oggi solo gli stranieri) guardava incuriosita la bottega illuminata e chiusa. Piccoli Carbonari all’opera.

Emo MarconiA questi tavoli ebbi la fortuna di far sedere persino insegnanti di cui ero allievo devoto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra tutti brilla il ricordo del prof. Emo Marconi. Oltre che Maestro fu per me un Padre adottivo, dopo la morte improvvisa di mio padre, giusto in quei mesi.

Bastava una letterina dattiloscritta, inoltrata con francobollo o recapitata a mano, per invitare interlocutori e amici.
Per molti anni ho proseguito questa attitudine.
In realtà ricalcavo il modello del seminario lacaniano.

Oggi molte cose cambiate.
Abbiamo l’illusione di aver ben altre possibilità.
Il che può esser vero a condizione di comprendere bene tre o quattro cosette.
Sarà mia cura provare ad esplicitarle.

Nelle settimane scorse ho vissuto qualche esperienza che mi ha fatto molto riflettere.
Frequento i social network da qualche anno.
Ho qualche centinaio di amici che mi seguono telematicamente (su Facebook e su Twitter). Mi è venuto spontaneo compiere una azione analoga a quella che 30 anni fa compivo con le summenzionate letterine.
Circa 200 inviti contro le 20 letterine di allora.
Un disastro.
Allora pensavo che occorressero 3 incontri per fondare uno di questi tavoli.
Al primo appuntamento ho incontrato una decina di persone.
Sembrava che tutto promettesse bene, ma il mio intuito sotterraneo non mi rassicurava.
Infatti al secondo incontro è intervenuta una sola persona.
Non mi son sentito di procedere al terzo.
Il tavolo mi è apparso s-fondato. Era evidente che le gambe non tenessero.

Provo una sacrosanta gratitudine per i successi come per gli insuccessi. Non mi sento diminuito da uno di questi. Semplicemente, come ovvio, mi dispiace.

Così son qui a leccarmi le ferite. A cercare di riflettere sulla modalità di un fallimento.
Ma su questo non voglio dilungarmi. Malgrado mi esponga molto in quanto scrivo, qualcosa devo tenerla per me.
Certo, ho trovato suggestivo intercettare, nel circolo anarchico che frequento,  una riflessione. I portatori del progetto Ippolita sussurrano sul fondo de “L’acquario di Facebook”: “Ho mille amici, ma non conosco nessuno”. Mi è risuonato in questi giorni come un basso continuo su cui sto cercando di improvvisare questa pagina.
La domanda può essere questa: di che cosa è fatta quella che chiamiamo ( a mio avviso impropriamente) una comunità virtuale?

Possiamo davvero parlare di comunità?

O come già ha suggerito qualcuno che non ricordo (probabilmente su qualche bacheca di Facebook), si tratta della curiosa associazione di molte solitudini?

Ma un’altra riflessione sta accompagnando questa mia. Nelle stesse settimane io stesso ho dovuto rinunciare ad appuntamenti a cui tenevo moltissimo.
Non ce l’ho fatta. Malgrado il grande interesse, le forze non me l’hanno permesso.
Mi piace precisare, per non restare nel vago.

L’associazione Philo, a cui appartengo, ha organizzato e promosso eventi di grande interesse. Ho dovuto rinunciare per puro sfinimento e con gran dispiacere ad appuntamenti con Massimo Recalcati, Carlo Sini, Bernardo Nante, Giulia Valerio, Luigi Zoia ed altri.
Sono io troppo vecchio e malandato o viviamo tutti in una frenesia di proposte e sollecitazioni sempre meno sostenibili?
Sono quindi ben disposto a comprendere chi non ce l’ha fatta in una giornata di pioggia, a partecipare al mio tavolo di scrittura.
Io non sono giovane ed ho varie forme di invalidità, ma vedo che anche giovani non ce la fanno e non ce l’han fatta lo stesso. Non credo per mancanza di interesse.

Il cerchio di questa riflessione si chiude allora con un nodo alla gola.
Non è che questa libertà virtuale ci condanna ad una solitudine e ad uno sfinimento nella vita reale?

Riprenderò questa riflessione.
Dedico questa paginetta al summenzionato professor Emo Marconi di cui vi ho offerto anche l’immagine sorridente pur negli ultimi mesi di vita.
Ed evoco ancora una frase memorabile raccolta da una conversazione privata con un altro grande maestro che ho avuto la fortuna di incontrare: Thomas Homberger, maestro, formatore e varie altre cose nelle scuole steineriane europee.
Nell’ultima conversazione con lui non posso dimenticare la sua osservazione sull’uso dei cellulari: “Ah, buffo! I cellulari che ci danno l’illusione di poter fare quello che non abbiamo il tempo di fare. Io comunque ce l’ho. Viaggio molto!”
Non resta che la psicanalisi a mostrarci quanto possa pesare sul corpo il mantenere illusioni.
E dire che sembrano così leggere!

3 pensieri su “Come abitare lo spazio virtuale

  1. caro francesco. mi è capitato qualcosa di simile. circa tre anni fa organizzai una cosa che mi sembrava semplice semplice: leggere un libro e trovarci a commentarlo a tappe fisse. neppure troppo impegnative: una volata a mese. ma a tappe fisse: ossia proprio nel giorno convenuto. risultato: tante ADESIONI PRELIMINARI (entusiastiche). NESSUNA CONCRETA PARTECIPAZIONE. il primo libro era a sud del confine a ovest del sole di haruki murakami. il secondo tentativo fu su una raccolta di racconti di alice munro.
    il mezzo (la tecnologia del web) on è adatta a queste operazioni culturali. voglio dire: è già così nella vita reale (chi legge ancora un romanzo dice aldo busi spessissimo?). il web amplifica ciò che è già nei fatti. solo che innalzando le aspettative rende più cocente la delusione.
    sul web, a mio avviso, si deve fare altro. si deve , con spirito di responsabilità “fare memoria”, lasciare tracce di sè. senza aspettarsi che qualcuno o molti alcuni se ne interessimo. stare sul web è stare su un crinale ambiguo e mobile in cui si lascia testimonianza di se , sperando di fare buoni incontri
    nulla di più, ma anche nulla di meno
    è per questo che ho così tanti blog (14) , sto su facebook, sto su twitter. ci sto per me. e non per narcisismo. ma per esercizio di esistenza
    un caro saluto a te
    paolo ferrario del 1948

    1. Caro Paolo
      innanzi tutto, grazie dell’attenzione!
      Ogni volta che ti incontro sento che ho ancora molta strada da fare.
      E’ una strada che mi piacerebbe fare ma…. in fondo so che non la farò mai!
      Si potrebbe dire che i “Tipi psicologici” non sono acqua.
      Siamo così vicini come età, interessi, in parte anche percorso ma i notti “tipi” sono così diversi!
      L’idea di 14 blogs mi dà la vertigine. Forse quella che io chiamo “vertigine-del-tempo”!
      Tu riesci a “morire da vivo”. E’ una stupenda metafora dell'”iniziazione”!
      Io resto meledettamente partecipativo. Una testa calda!
      Anche un po’ narcisista!
      Quindi ricevo, giustamente, cocenti delusioni!
      E’ il mio modo di stare al mondo.
      Quanto ad Aldo Busi, anch’io ho imparato a stimarlo da quando ho letto la sua traduzione di “Alice nel paese delle meravigli” da Feltrinelli. Sicuramente la miglior traduzione, pur molto libera e ricontestualizzata.
      Ci sarebbe da riflettere sul ruolo di questi “antipaticissimi” nella cultura italiana!
      Me ne vengono in mente diversi: Mughini, Massimo Fini e Geminello Alvi.
      Sono “antipatici” ma decisamente preziosi!
      Io invece mi sforzo sempre di risultare “simpatico”.
      Anche qui si tratta, credo, di una differenza di tipi psicologici!
      Un abbraccio solidale e, come dici tu (e Rilke)…
      Buoni giorni!

  2. caro francesco. molti si stupiscono per i miei 14 blog. ma guarda che è una cosa semplicissima. è come avere una casa con 14 scaffali. io semplicemente deposito su ogni scaffale tematico le tracce che mi arrivano addosso. è lo stesso metodo che avevo con gli appunti e le schede cartacee di miei 15 anni (scuola superiore ) e poi dei miei vent’anni (università).
    perchè lo faccio? perchè deposito? perchè è comodo, perchè trovo le cose che ho messo sugli scaffali. e poi magari qualcuno le trova pure lui.
    la mia è una condivisione senza aspettative di restituzione.

    un caro saluto con la speranza viva di rivederti
    paol

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