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Un circolo virtuoso. Testimonianza dal Te’ Filosofico del 19 sett. 2010

Dal diario di bordo di Francesco (ffw)

Un circolo virtuoso è il contrario di un circolo vizioso. È ciò che abbiamo cercato di mettere in moto domenica scorsa nella sala da te’ Maison du Mekong, presso Cargo a Milano. Un po’ di anima dei luoghi. Cargo è ricavato da un dismesso edificio industriale. La fabbrica dell’ Ovomaltina.

Son più di dieci anni che ho in animo di avviare una attività culturale in un edificio di archeologia industriale. Mi affascina l’idea che, dove ieri generazioni di operai hanno sudato la loro sopravvivenza, oggi si faccia cultura. Una cultura che possa essere il frutto delle fatiche di uomini che han lavorato. Anche per me la conoscenza è una fatica, un lavoro, ed esigo, per me e per gli altri, che sia uno strumento per la vita. Per vivere meglio la vita.

Se non bastasse aver costruito un centro commerciale postmoderno dove c’era una fabbrica moderna (ancor perfettamente riconoscibile dall’esterno), l’architetto Mauro Bacchini negli ultimi mesi si è cimentato in una impresa ancor più intrigante. Ha ricavato una sala da te’ in stile vietnamita Mekong in questo centro commerciale ricavato in una fabbrica dismessa. Curioso gioco di scatole cinesi.

Ho iniziato parlando di questo perché questo è ciò che ha colpito di più i partecipatanti al primo incontro, domenica scorsa, del Te’ Filosofico. Un momento che vorrebbe creare un altro circolo virtuoso. L’abitudine ad incontrarsi ogni domenica mattina per bere un te’ e dialogare secondo lo stile inaugurato dal Caffè Filosofico parigino, secondo la tradizione antichissima del dialogo e delle consulenza filosofica, che non avveniva nelle aule della sapienza (oggi le università) ma in piazza. Nell’agorà. Oggi forse anche il centro commerciale. A giudicare da quale pellegrinaggio di automobili vediamo avviarsi nei giorni prefestivi e festivi verso i centri commerciali. Come la messa della domenica o lo stadio. Riti sacri di un tempo profano!

Dicevo che la cosa che ha colpito inizialmente la quarantina di partecipanti all’incontro è stata le bellezza di questa sala che ancora in pochi conoscono. Io ho iniziato con la domanda filosofica per eccellenza. Esistenzialista. “Perché siamo siamo qui?” Le risposte sono molteplici. La prima è: per “dare anima” a questa bella sala. Per usarla degnamente. In fondo finora è stata poco usata.

Un’altro motivo quello di prendere spunto da un libro “Per una bellezza sostenibile” edito dalla Salani. L’editrice, amica di Cargo, Maria Grazia Mazzitelli, era presente ed è intervenuta nella riflessione. Riflessione che continuerà per qualche altra domenica in forma di approfondimento.

Presenti anche gli autori Silvia Brena e Bruno Mandalari, con cui è scattata immediatamente una sintonia di quelle che, quando le studi a tavolino non vengono così bene! Ed anche questo è un circolo virtuoso. Silvia, giornalista affermata ed attiva, direttrice per diversi anni della rivista Cosmopolitan, ha raccontato la vicenda di questo libro, scritto dopo l’incontro con il Monaco Zen vietnamita Thich Nath Han, che ha ispirato una trasformazione della sua riflessione sul senso della sua vita. Questo monachello è caro a lei quanto a me! Ovviamente lo abbiamo scoperto solo in quel momento! Silvia ha dichiarato di aver scritto questo libro “per pulirsi il karma” per il fatto di essere stata per tanti anni direttrice di Cosmopolitan e generi affini!

Il libro è il diario di 100 giorni di sua trasformazione nel corso di un lavoro svolto con il medico dermatologo Bruno Mandalari, l’altro autore. Ne è uscita la testimonianza di un percorso di una donna che chiede un aiuto ad un medico per migliorare la relazione con il suo corpo. Compie, con l’aiuto del medico, un lavoro mirato non ad aderire ad un modello estetico stereotipato più o meno giovanile ma ad incentrare la propria visione di sé in modo da permettere alle sue esperienze, al suo vissuto, alla sua biografia, di esprimersi in una bellezza meno stereotipata. Non escludendo in modo pregiudiziale nessun tipo di intervento ma modulandolo sulla ricerca e sull’accettazione di sé. In questo senso una ruga potrebbe anche essere la traccia di un percorso. Mi pare comunque che nel primo invito fosse presente in allegato un sommario ragionato del libro. La proposta del libro ci è apparsa così il suggerimento della creazione di un circolo virtuoso tra estetica e vissuto esistenziale.

Un ulteriore circolo virtuoso ci è apparso il fatto che i nostri te’ filosofici non siano stati progettati sulla scrivania dell’imprenditore di Cargo, ma dalla sua amicizia con un vicino di casa (il sottoscritto!). Non va da sé che oggi due vicini di casa diventino amici! Nemmeno di fronte ad ogni condominio si apre un caffè-libreria come “I classici del caffè” in cui si son svolti aperitivi filosofici con Barbara e Viviana che oggi sono qui. Sono esperte di consulenza filosofica e condurranno i nostri dialoghi. Prontamente coinvolte anche loro! Incontri apparentemente casuali, non studiati a tavolino. Circoli virtuosi! Come il circolo Picwick!

Volete farne parte anche voi? Il prossimo appuntamento è sempre presso Cargo, domenica, ore 11, via Meucci 39 a Milano. Domenica e speriamo, se il circolo si avvia, tutte le prossime alla stessa ora.

ffw

P.S. Ospito con gratitudine in questo luogo Barbara Beonio Brocchieri (BBB) che qui di seguito fa una sintesi del suo intervento al Te Filosofico.

“Personalmente ho ritenuto molto interessanti due interrogazioni emerse durante il dibattito di domenica scorsa: Quanta bellezza possiamo sostenere? La domanda è emersa da una bella donna, nel pubblico che osservava come avesse dato inizialmente una lettura trasversale del titolo “la bellezza sostenibile” non nel senso dello sviluppo sostenibile ma nel senso di quanta bellezza un donna vera, può umanamente sostenere! Questa domanda, emerse per la prima volta anche alla mia coscienza in un’ occasione in cui il mio corpo stava dimagrendo per causa di forza maggiore. Anni fa ho dovuto subire uno spiacevole intervento alla bocca, che per una settimana abbondante mi ha impedito di mangiare normalmente. Mi sono dovuta nutrire con yogurt e pappette in dosi minimali, tale era il fastidio fisico che nel giro di una settimana avevo perso 7 kg!! Questo dimagrimento forzato mi faceva guardare allo specchio con sguardo ambivalente, strabico! Da una parte dicevo tra me e me “Che bella che sono! Finalmente ho delle belle gambe”; per la prima volta (ed ultima per la cronaca!) nella vita mi guardavo e mi vedevo “oggettivamente” bella (ho virgolettato perché aprirei un mondo di pensieri in merito) . Ma d’altra parte, mentre lo specchio cercava di risucchiare la mia attenzione a rimirare insistentemente la mia splendida forma … sentivo disagio. Quel corpo in realtà non mi apparteneva: gambe affusolate, viso magro, ventre (quasi) piatto. Non ero più io. Mi rendevo conto di non essere in grado di sostenere tale immagine di me. Era troppo perfetto il mio corpo, per i miei abituali standard di memoria psico-corporea. In quell’occasione ho compreso che il mio equilibrio emotivo era più saldo in un corpo meno perfetto. L’elaborazione che ho fatto nel tempo, dopo questa esperienza, mi ha fatto capire e sentire che la mia anima vive meglio in un’atmosfera in cui la parte “ombrosa” viene evidenziata dal sole del crepuscolo, e non nascosta dal sole di mezzogiorno. Fuor di metafora ho capito che, per come ero abituata a sentirmi, la mia bellezza era troppa! Non ero in grado di gestire un corpo diverso dal solito, ma non nel suo peggioramento, ma, paradossalmente, nel suo netto miglioramento. Miglioramento che evidentemente era solo apparente e non sostanziale. Nella sostanza era un corpo che non mi apparteneva. Non mi riconoscevo, non mi sentivo “io”. Ecco dunque che a me il “bel corpo” ha fatto un po’ male all’anima, perché l’eccesso di bella apparenza mi ha suscitato un disagio, tutto da investigare filosoficamente ancora oggi. Forse questa mia personale esperienza biografica potrebbe essere un “caso di verità esistenziale” su cui aprire una riflessione su “L’insostenibile bellezza del corpo”, parafrasando il celeberrimo titolo di un romanzo di Kundera, quale provocazione su cui aprire ulteriori riflessioni, che di primo acchito mi fanno associare la mia banale storia biografica a quelli ben più seri ed importanti che riguardano i disturbi alimentari di coloro che del corpo fanno, o vorrebbe farne, il loro strumento di lavoro. Bellezza e potere Ecco che sulla scia di questa riflessione sulla sostenibilità o meno della bellezza si allaccia un altro tema emerso durante il tè filosofico al Cargo: che rapporto c’è fra la bellezza ed il potere? Perché viviamo in una società in cui per far carriera ancor prima di un buon cervello o di una buona condotta, è rilevante un bel corpo? Questa domanda è stata proposta, oserei dire con precoce saggezza, da un giovane adolescente. Ma forse senza pesare sull’età anagrafica di chicchessia, è lo spirito critico che mostra tale realtà dei fatti, perché in fondo è sotto gli occhi di tutti, basta accendere la tv o sfogliare i giornali: con un bel corpo si arriva anche alle più alte cariche dello Stato. Ecco dunque la mia tafanesca (o se preferite socratica) ingenua provocazione filosofica, che sorge senza vena polemica: oggi conta più un bel corpo di un’ anima retta e moralmente sensibile? E qui è inevitabile lo squarcio che si apre davanti a noi sull’annosa questione, fatta emergere anche da Francesco, sul binomio estetica-etica. Per rispondere a questa domanda si potrebbero trovare decine, centinaia di risposte da offrire al nostro pubblico la prossima volta, basti aprire una tra milioni di pagine di Filosofia o Diritto … ma, per come vivo la filosofia, mi piacerebbe che questo tema venisse “s-viscerato” dal nostro pubblico. Ascoltando la viva voce del presente incarnato di uomini e donne, che sulla propria pell,e sente di poter e voler esprimere il proprio pensiero. Oggi nel qui ed ora di un presente bello e giusto, si possano trovare risposte per andare oltre. Perché, nel mio inguaribile ottimismo, credo che al meglio non ci sia mai fine!! Come fonte di spunti di riflessione, su cui far lavorare i nostri compagni di ricerca filosofica nelle prossime domeniche, consiglierei un fantastico testo del filosofo francese Guy Debord che nel 1967 scrisse “La società dello spettacolo” , libro eccezionale e di un’attualità agghiacciante, libro-fratello di quello citato da Silvia Brena di J. Baudrillard “Seduzione” (1979) .

Temi di partenza e spunto per la prossima volta potranno essere rappresentazione di sé -biografia/bellezza Quale esigenza di bellezza per l’uomo di oggi? Bellezza e carriera la bellezza nell’arte contemporanea… archetipo / stereotipo della bellezza

Un cordiale saluto, a domenica prossima!

BBB

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