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La psicologia dei dodici anni

Psicologia del ragazzo di 12 anni

Come un ragazzo ci prova ad insegnare la legge ai dottori

È sotto gli occhi di ogni osservatore attento dello sviluppo biografico che intorno ai dodici anni ogni individuo manifesti improvvisamente una irrequietezza caratteristica che spesso mette in discussione gli educatori impreparati.
La pedagogia steineriana è prodiga di indicazione in proposito e vale la pena di ricordare che presso la scuola “Rudolf Steiner” di Lugano è stata operata ed é militata da anni con soddisfazione una significativa riforma.
Non tutti i maestri che conducono con successo l’educazione dei bambini fino agli undici anni si sentono portati a gestire l’irrequietezza tipica dei dodici anni. Ci si risolve allora al cambio di insegnante non alla nona classe ma alla settima. I dintorni dei dodici anni, appunto.

12 anni. Che cosa accade in questa svolta?

Che cosa accade in questa svolta?
Se lo chiediamo a qualunque medico, non necessariamente attrezzato di una visione spirituale, ci risponde semplicemente che a quell’età si entra nel territorio della pre-pubertà.
La pre-pubertà è la fioritura nell’organismo umano di quel processo che ai quattordici anni porterà una sorta di fruttificazione: la maturità sessuale. L’organismo transita quindi in quei due-tre anni da una fioritura ad una fruttificazione. Vedremo la seconda nella prossima tappa del nostro percorso.
Fino ai dodici anni i bambini e le bambine sono organismi molto più simili. Prima del risveglio prepuberale quindi non è cosa grave che un fratellino dorma nella stessa camera insieme alla sorellina. Da questo momento, lo sappiamo tutti, è meglio evitare questa circostanza. Il risveglio pre-puberale induce curiosità e desiderio di esplorazione che facilmente prenderebbero una piega morbosa. Imbarazzante e difficile da gestire.
Insieme alla migrazione verso la maturità sessuale però si manifestano anche forme di irrequietezza che  riguardano il versante più generale del comportamento.

Fioriture: ardori e scompostezze

Secondo l’antropologia antroposofica infatti a quattordici anni avviene la nascita del corpo astrale. Ciò che comunemente oggi viene chiamato “psiche individuale”. Lo vedremo ancora nella prossima tappa.
Anticipiamo per ora che il dodicenne, attraversata la zona d’ombra dei nove anni (vedi articolo precedente) comincia ad intuire l’aspetto solare della pubertà che si annuncia già al suo sguardo.
La pubertà comporta il fatto che l’individuo si distacchi psichicamente dalla simbiosi protettiva dei genitori e degli educatori. Che fino a quel momento sono facilmente vissuti come modelli da imitare.

Simbiosi protettiva dei genitori e degli educatori
Simbiosi protettiva dei genitori e degli educatori

 

A questa età si comincia ad intuire che si può fare a meno di tali modelli. Si insinua con prepotenza la sensazione di essere in grado di farsi una rappresentazione autonoma del mondo circostante.
La parola degli educatori e dei genitori può venire messa radicalmente in discussione! Spesso in modo colorito.Si comincia a pensare che le cose non stiano come costoro ce le hanno raccontate! Si è in grado di capire tutto da soli e l’impulso è quello di gridare, spesso in modo eclatante, come ogni neofita,  la propria verità.

Una sublime compostezza

Ma ciò che in ogni biografia avviene, sovente in modo scomposto, in una certa biografia esemplare viene invece indicato nella sua radicalità ma in assoluta compostezza.
Mi riferisco all’episodio, tramandato nel Vangelo di Luca, del Gesù dodicenne che viene meno alla custodia dei genitori e viene ritrovato nel tempio di Gerusalemme ad insegnare la Legge ai Dottori.
Vi chiedo pertanto, se non vi appaia un azzardo, rileggere insieme a me questo episodio e di riconoscerne il carattere archetipico, universale.
La Cristologia steineriana ci indica universi di cose sorprendenti dietro questo episodio. Non oso inoltrarmi in tanto e non lo propongo necessariamente al lettore.
Custodendo però questo patrimonio nel cuore, provo ad indicare qualcosa che possa essere più facilmente riconosciuto anche a chi non fosse approfondito nello studio dell’Antroposofia.
Mi permetto allora di offrire in anteprima un piccolo saggio del libro “Metamorfosi della relazione Padre/Figlio”.
Eccone un piccolo stralcio che sviluppa il discorso appena iniziato intorno alla battaglia dei dodici anni.

Annunciazioni

Il primo, il prototipo di questi ragazzetti dodicenni abita proprio nel Vangelo di Luca. Chi è il bambino del Vangelo di Luca di cui ci viene raccontata la nota prodezza?
Che caratteristiche ha il Vangelo di Luca rispetto agli altri? Si può notare facilmente una polarità tra il racconto di Matteo e quello di Luca. Nel primo l’Annunciazione avviene al Padre (Mt 1,18-25), nel secondo alla Madre (Luca, 1, 26-38).
Nel primo il Padre riceve l’Annunciazione ed è direttamente informato del miracolo che sta per compiersi. E che si compirà, aggiungerei, nella concezione di ogni individualità umana successiva. Se a questo racconto attribuiamo un valore sapienziale.
Nel secondo il Padre deve credere alla parola dell’Angelo proferita alla Madre. Deve accogliere il racconto della Madre che riferisce il colloquio con l’Angelo.
La creatura pertanto, come la psicanalisi ha ben evidenziato, deve vedersela con le “annunciazioni” (ma possiamo chiamarle anche semplicemente aspettative) dei genitori.
Per un verso quindi ogni essere umano che venga al mondo riceve come Annunciazione, come assunzione anticipata, le aspettative dei genitori.

Figli delle stelle

Ogni bimbo ha in sé un nucleo di “figlio della vergine” in quanto “figlio delle stelle” ben al di là dei legami genetici e di parentela. Un essere davvero individuale non ha famiglia e non ha patria! E i genitori devono saper reggere l’angoscia di un distacco al momento dovuto.
In questo caso è proprio quel padre, che già ha compiuto un notevole lavoro interiore per accettare questo figlio, che viene sottoposto alla prova descritta in questo singolare racconto di Luca che non ha riscontro in nessun’altra dei tre Vangeli canonici. Sotto l’ammanto dello stile, sobrio ma pur sempre ieratico, appare una scena molto vivida.
Mentre la famiglia, all’interno di una carovana di pellegrini si reca a Gerusalemme affrontando un viaggio di diversi giorni, un dodicenne viene smarrito. E quale dodicenne?! Il dodicenne “cosmico” il modello di soggettività di ogni dodicenne a venire. Prototipo e archetipo del comportamento di ogni attuale pre-adolescente.

Si smarrisce un bambino

Il ragazzo si perde e la famiglia cade comprensibilmente nell’angoscia. La situazione, in quel tempo e in quel luogo, non è difficile immaginare quanto possa apparire critica. Con un sorriso e guardando la scena alla luce radente della immaginazione attuale (un pizzico di umorismo aguzza lo spirito!) possiamo concludere che non c’erano altoparlanti, telefoni, telefonini, telegrammi o cerca-persone o altro!
Occorreva rifare il percorso a ritroso. Un percorso arduo e il fanciullo viene ritrovato giusto a Gerusalemme, nel Tempio ad insegnare la legge ai dottori.

Recita Luca:

[quote align=”center” color=”#999999″]I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua.  Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza;  ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.  Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti;  non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava.  E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.  Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». (Luca 2, 41-48)[/quote]

Cosa significa e cosa possiamo intendere noi oggi dietro l’espressione colorita “insegnare la legge ai dottori”?Esattamente quanto ancora oggi i ragazzi non smettono di fare. I nostri figli che non sono il bambino Gesù ma un marmocchio qualunque. Qualcuno che, come noi, se non risulta blasfema l’espressione idiomatica, è ciò che  comunemente chiamiamo “un povero Cristo”! Nella psicologia di noi “poveri Cristi” la scena avviene in modo infinitamente meno elegante.
Non tutti i nostri marmocchi riescono a convincere i dottori!
Ma il ragazzino sta scoprendo che può “pensare con la sua testa” e che è davvero stanco di dar retta a quegli altri. Altri che non è detto della vita abbiano capito molto.
In fondo nella mente neonata di un dodicenne appare una immagine del mondo che per la prima volta è intera. Propria, autonoma, quand’anche improbabile.
Può cominciare a pensare di non dover dipendere da nessuno. Non ne ha poi così bisogno ora che possiede una sua immagine del mondo. Che comincia a capire come funzionano le cose.
E comincia a spiegarcela lui la legge. Ai dottori ovviamente, mica a noi che non siamo nemmeno dottori.

E così Giuseppe e Maria, ma soprattutto Giuseppe, ritrovano il ragazzo nel tempio di Gerusalemme… La Madre esprime l’angoscia di entrambi. Perché ci hai fatto questo? E qui siamo alla svolta cruciale su cui si impernia la nostra riflessione.

[quote align=”center” color=”#999999″]Ed egli rispose: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?
Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. (Luca 2, 49-50)[/quote]

Ma chi è davvero mio padre?

Ecco il punto in cui Giuseppe viene travolto da una risposta che lo trapassa.
Lui che per dodici anni aveva accolto il fanciullo confidando nelle parole dell’Angelo proferite a Maria. Aveva accolto la buona novella. Aveva creduto alla narrazione di Maria. Verrebbe da aggiungere come diciamo oggi ma forse da sempre: con tutto quello che abbiamo fatto per lui
Non dev’essere stato facile anche se nessuno ne parla.
Ma credo che ogni padre di questo disagio ne sappia qualcosa. Parliamo di noi poveri padri di poveri figli, non dei saputelli, di ogni padre reale. Abbiamo già accennato, nel capitolo primo, ai padri divoratori di figli.
Ecco Giuseppe in questi panni. Dopo tutto questo deve elaborare anche questa nuova risposta che lo sbalza dal suo trono.
Se il ragazzo ha da occuparsi delle cose del Padre suo… ma non sono io il padre suo?

Taglio qui la citazione al mio libro che spero susciti il vostro interesse. Mi piace tagliarlo qui. Su questa immagine sul padre, travolto dalla enunciazione del figlio.

Desolazione del padre
Desolazione del padre

 

In noi abita il Padre ed il Figlio. Al nostro lavoro interiore il compito di creare lo spazio in cui si incontrino e l’esultanza del Figlio non trascini il Padre in una angoscia che ogni padre deve risolvere in sé stesso. Auspico che ciascuno di noi possa farlo per transitare da questa epoca che ci mette di discussione così radicalmente.

 

Vorrei ringraziare di cuore lanimatrice appassionata di questa rivista, lamica ritrovata, signora Paulette Prouse, per lattenzione che sta riservando al mio lavoro di riflessione.
Non mi resta che precisare qualcosa che, nelleditoriale del numero precedente, è stato scritto e che è mio dovere rettificare.
Io non sono uno psicologo. Questo termine non mi compete e mi creerebbe difficoltà con il colleghi iscritti allOrdine degli Psicologi.
La mia professione è quella di analista biografico ad orientamento filosofico. Sono iscritto allAssociazione per lAnalisi Biografica ad Orientamento Filosofico (SABOF), legalmente riconosciuta e nata su impulso del professor Romano Madera, ordinario di Filosofia Morale presso lUniversità di Milano-Bicocca.
Ancora una volta ringrazio lamico fotografo Roberto Tani per avere accompagnato col le sue immagini eloquenti le mie parole.

 

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Metamorfosi della relazione padre-figlio
Metamorfosi della relazione padre-figlio

4 pensieri su “La psicologia dei dodici anni

    1. Grazie dell’attenzione. Un apprezzamento fa sempre piacere! Ma questo in particolare.
      Per un motivo molto semplice.
      Quello che lei ha apprezzato è la ripresa attuale di temi che mi hanno occupato non oltre un decennio fa.
      Rileggermi mi sembra rivedermi ragazzo! In qualche modo dodicenne anch’io!
      Mi chiedevo pertanto se questo aspetto della mia riflessione fosse ancora attuale.
      Ancora presentabile…..
      Grazie e buona estate!

  1. articolo molto bello: fa riflettere la frase “In noi abita il padre e il figlio”..o “la madre e la figlia”. Importante creare lo spazio interiore di riflessione che permetta la separazione e índividuazione delle parti. Riuscire a capire quando/dove stanno entrando in gioco i miei bisogni di figlia, che non necessariamente sono quelli di mia figlia… e come dare loro il giusto ascolto… un percorso lungo ,faticoso e spesso doloroso sia per la madre che per la figlia. Percorso che ha solo inizio col dodicesimo anno … Grazie Caro Francesco per lo spunto di riflessione.

    1. Bene, carissima!
      Grazie a te della tua attenzione che travalica i confini nazionali!
      Mi parli di tua figlia.
      Eh si, anch’io, dopo la conclusione del mio libro e l’approdo al tema delle “sorelline” spio con grande attenzione le gesta di queste eroine che imperversano nella nostra immaginazione!

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