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Il silenzio degli insegnanti

Il silenzio degli insegnanti

Va bene, lo confesso, la scuola non è stata solo il mio tormento.
Evidentemente dalla scuola mi aspettavo un’estasi.
Solo in questi ultimi anni ho capito che devo essermi aspettato davvero qualcosa di grande, qualcosa di magico per non averle perdonato di essere semplicemente quello che è. La squola.
Ma se potessi salvare qualcosa della mia esperienza scolastica non avrei dubbi: salverei le ore dei compiti di italiano: i “temini”.
Per quanto ti tormentassero con qualche riga di traccia, almeno veniva offerto il bene più prezioso per lo scolaro.
Il silenzio degli insegnanti.
Se ne stavano zitti per due ore ed io non ho mai resistito alla tentazione di restare quelle due ore a guardare il soffitto, i banchi, le facce dei compagni, i particolari degli oggetti che costituivano il magico armamentario dell’insegnante.
La cattedra, la lavagna e, quando uscivo o mi mandavano fuori, osservavo gli attaccapanni, i cappotti, i bidelli, la segatura per terra.
Come non godersi quei preziosi istanti di tregua?
Persino la segatura diventava interessante. Irrilevante il fatto che minacciassero il mio diritto all’ozio ricordandomi che qualcosa poi avrei dovuto consegnare.

Era una sfida grossa ma, almeno quella, in qualche modo, era alla mia portata.
Mi godevo gli interminabili istanti dell’ozio e, quando gli altri cominciavano a copiare in bella il temino, mi rassegnavo a cominciare a scrivere qualcosa.
E dopo tutto quel vagabondare della mente, dopo la gioia dei sensi appagati,  rigenerati dal silenzio degli insegnanti, dal sublime ozio, qualcosa, dio sa da dove, arrivava.
Grande mistero ancora fitto per me: da dove viene ciò che scriviamo?
Quale dio, quale angelo arrivava?
Perché quasi sempre qualcosa di presentabile arrivava, qualcosa che rendeva meno drammatiche le medie dei miei voti scadenti.
Non poteva essere sempre così la scuola, con loro che tacciono e noi che scriviamo? E’ troppo ghandiano il progetto?

Un scuola non-violenta fatta di sola scrittura
Ma c’è un ‘altro mistero forse ancora più fitto: dove finisce ciò che scriviamo?
Dove saranno mai quei temini?
Se qualcuno mi dicesse che me li ha conservati non cambierebbe niente.
Come credo che mio padre non sia più nella tomba, così non posso credere che i miei temini siano ancora in quei fogli nel fondo di qualche segreteria.
E poi gli anni son tanti. Li avranno distrutti. Preferisco fingermi scettico.
Preferisco dire che non ci sono più, i miei temini.
Che se ci fossero mi vergognerei.
La mia fedeltà a me stesso mi offre un’ unica via: scriverne altri.
Ma non lo faccio.
Perdo troppo tempo senza farlo.
Partecipo a qualche mailing-list sulla rete ma poi trovo quelli che discutono se Dio esista ed io sono democratico ma… diciamo che ho una salute cagionevole. Non ho il fisico per discutere l’esistenza di Dio e prendere stupidamente tutte quelle botte.
Vorrei scrivere ancora temini in cui possa raccontare come ho passato week-end e che impressione mi ha fatto vedere quel film o incontrare quella persona.
Ma a chi interessa questo?
Un adulto non fa più queste cose.
Almeno che non lo paghino per farlo, che sia un professionista.

Se devi comunicare qualcosa telefoni.
Ma quale dio vendicativo ha inventato i messaggi sul telefonino?
Un dio calpestato si è indignato e ha punito i ragazzi e gli adulti rimbambiti non solo facendoli scrivere, ma facendogli scrivere quelle cose.
Come se non bastasse, facendogliele digitare sulla tastiera del telefono.
Un vero supplizio!
Ma è forse Prajapati questo dio, lo scrivano del Mahabarata?!
Dev’essere lui anche che ha seminato la tastiera tra il mio monitor ed il mio cuore. Dev’esser lui che tra telefonini e televisori ha piazzato l’email come un vero cavallo di Troia.

Finché c’è una tastiera che reciti l’alfabeto, gli dei sono salvi.
E’ curioso però, dover  arrivare allo yoga per trovare nelle affermazioni di guarigione di Yogananda l’aureo precetto:

“Se leggete per un’ora, scrivete per due e riflettete per tre. Chi intende coltivare la capacità raziocinante deve osservare questa proporzione.

Curioso che sia un orientale a suggerirlo a noi europei, così orgogliosi della nostra letteratura!

Perché viviamo in una civiltà che privilegia in modo così scandaloso la lettura e non incoraggia mai a scrivere se non lettere commerciali o discussioni sull’esistenza di dio?
Il giornale lo devono leggere tutti, le edicole aprono all’alba, come i caffè. Le edicole aprono al mattino come io per scrivere prediligo la notte. E quando se no?
A mattino, che se indugi su una parola rischi di uscire in pigiama?
Ma chi scrive?
Chi cerca di conoscere il mondo scrivendo?

Mi sono lasciato un po’ andare. Sono abbastanza cresciuto da sapere che tutto questo lo posso chiedere solo a me stesso.
E solo a me stesso posso chiedere “perché non scrivi?”
E più profondamente posso chiedermi perché non ti è mai riuscito di tenere un diario?
Perché se qualcuno ti chiede una conferenza la tieni e non tieni un diario per te stesso?
La risposta è banale e non me ne vergogno.
Perché penso di sapere ciò che mi accade e mi appare una perdita di tempo raccontarlo. E a chi?

Ma se guardo ancora più a fondo devo dire che è perché mi manca la scuola. Mi manca soprattutto… il silenzio degli insegnanti che comunque mi renderanno il temino corretto.

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